Articolo pubblicato su: "AVVENIRE" del 18/11/2008

 

 

LA CHIESA
 Creare occupazione e mettersi in rete per frenare l’emorragia

 TRIVENTO ( CAMPOBASSO)..
Non da oggi, la Caritas di Trivento ha lanciato l’allarme, e si chiede cosa succederà quando in questi paesini che si vanno spopolando l’ultimo chiuderà la porta. «È una cosa dolorosa: – dice il vescovo di Trivento, Domenico Angelo Scotti – in quarant’anni la popolazione della mia diocesi si è ridotta della metà. E in tutti questi anni si è fatto ben poco perché la gente restasse.» Che fare? «Da quando sono a Trivento parlo ai sindaci – dice il presule – perché si favorisca la nascita di cooperative. Occorre creare qui le occasioni di lavoro, perché la gente non insegua insegua il miraggio del posto. Le soluzioni stanno nella valorizzazione del nostro territorio. Lo sviluppo, e quindi le condizioni perché la gente resti, sono tutte in queste nostre ricchezze». I sindaci pare stiano rispondendo: «Molti di loro – conferma monsignor Scotti – hanno iniziato un lavoro intelligente e proficuo, e sono di esempio per gli altri. Ma non è facile. Il mio invito è quello di guardare oltre il proprio campanile,perché, solo mettendosi insieme, si possono creare occasioni di sviluppo». Le parrocchie si stanno dando da fare. Don Alberto Conti, parroco a Castelguidone e responsabile diocesano della Caritas, proprio per far capire la drammaticità di questa fuga continua dal territorio, ha dato vita a una scuola di impegno sociale, dedicandola a Paolo Borsellino, suo mito, come dimostra una foto del magistrato che ha nella casa canonica. «Vogliamo – dice – rendere cosciente la gente. Convincerla a non andarsene». Nel 1992, la popolazione residente in diocesi superava di poco le 51 mila unità.All’ultimo censimento della Caritas se ne contano 41 mila. Di questi quaranta paesi, ventisette sono sotto i mille abitanti, e di questi quindici ne contano meno di cinquecento; cinque, addirittura, non arrivano a duecento. Il sacerdote mostra meticolose tabelle. «Dal 2003 al 2006 – dice mostrando le caselle quasi vuote – i matrimoni celebrati sono pochissimi e il numero dei nati non supera, per anno, le dieci unità e solo in pochissimi comuni». Gli ultrasettantenni sono più del 50 per cento della popolazione. La Caritas fa una previsione: nel 2032 l’ultimo chiuderà davvero la porta.  (G.Rugg.)

 

L’autunno dei «piccoli»

Abruzzo, viaggio nelle valli dove non si nasce più

<<Così cerchiamo di resistere al declino>>

il fatto
Paesi che continuano a perdere abitanti e sembrano destinati a sparire. Ma anche l'ì c'è qualcuno che tenta di andare controcorrente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL RITORNO

UNA FABBRICA DI SAPONI PER NON ANDARE VIA
 Chissà per quale meccanismo il vento, a un certo punto, trasporta anche i profumi del passato. Di sicuro, Nicola Ascanio Di Gironimo, quando era a Roma, studente in economia, partito con la speranza di una vita diversa, sentì nel vento il profumo del sapone. Quello dell’infanzia, quando in ogni casa, utilizzando grasso animale, le donne ricavavano saponette buone per lavare la faccia e i panni. Lui era bambino e, quando le caldaie ribollivano con la soda caustica, tutti lo scacciavano perché non si scottasse. Oggi ha 25 anni. Sarà stato per questo profumo nel vento se chiuse tutto: i libri e la casa presa in affitto. Chiuse con Roma, e fece ritorno a Borrello, nella casa che i nonni, morendo, avevano lasciato vuota. Qui ha aperto un laboratorio. Di saponi, naturalmente: i «Saponi di Ascanio». Lo incontriamo che viene dal mercato dall’altra parte delle montagne, a Villa Santa Maria: ha comprato cetrioli e limoni che finiranno nelle saponette. Nicola Ascanio ha riscoperto la tecnica naturale per saponificare con i metodi pre industriali.
  Cominciò per gioco, in una di quelle fiere di paese che sono da queste parti una grande attrattiva, ed ebbe tanto successo che decise di continuare. «Ho avuto dei piccoli contributi per comprare tutto questo – dice mostrando i fornelli del minuscolo laboratorio che, ormai, non gli basta più –, ma per il resto me la sono vista da solo». Mostra anche il campionario di fragranze antiche. Sta vendendo ad alberghi oltre che a privati, ed contento di sapere che con i suoi saponi c’è gente che odora ancora di qualcosa che si sta perdendo o si è perso già.

  (G.Rug.)

Sopra, il giovane che ha aperto una fabbrica di saponi a Borrello. Sotto, il corso deserto di Roio e immagini di altri paesi della zona (foto Ruggiero)

 

 

non sono più tor­nati. All’ingresso del paese c’è un busto al­l’ignoto cuoco di Roio. In tanti hanno fatto fortuna intorno ai fornelli. Uno chef di Roio è stato alla corte di Nicola II Ro­manov; altri hanno cucinato nelle case di ricchi e potenti di mezzo mondo. An­che le pentole hanno sottratto gente al pae­sino. Quando Do­menico Cese andò via con il suo cap­pello da cuoco, Roio contava circa 700 a­bitanti. Era il 1962. Ha cucinato per Va­lentino, per l’amba­sciata Usa a Roma e per quella inglese, ed è uno dei pochi che è tornato.

 

 

 

Ha comprato 100 capre: «Nessuno – dice mentre prende il caffè nell’unico bar del paese – ha mai pensato a bloc­care questo esodo. Adesso – aggiunge pensan­do ai cinque funerali – man mano che muore qualcuno è una porta che si chiude. Anche se ospitassimo per onesti extracomunitari sareb­be un modo per far rinascere Roio». A Roio c’è un solo impiegato comunale, e qui come negli altri paesini, deve sopperire la Comunità mon­tana che si è inventato i 'servizi associati': dai trasporti pubblici alla rimozione dei rifiuti.Unico bar e unico posto dove mangiare è que­sto di Vincenzina Annecchini. Dietro al banco sono appese tutte le cartoline che le spedisco­no i compaesani sparsi per il mondo. Tutti cuo­chi, o quasi. L’ultima viene da Salt Lake City. Lei dice

 

 

 

 

 

semplicemente: «Abbiamo voluto sfidare la sorte. È un modo per resistere al declino di questi nostri paesi. Ho aperto prima il bar, poi la trattoria; però si lavora solo ad agosto. » Tor­nano in molti in estate, ma giusto per un mese, alla festa di San Filippo e di San Rocco. Lei por­ta in tavola i frascarielle fatti di patate e farina gialla. Poi, quando l’ultimo è partito, comincia il letargo dei caffè e dei cappuccini. La sfida è piaciuta anche al sindaco, Giuseppe Cavorso, che non percepisce un euro per la sua attività pubblica. Neppure i consiglieri hanno gettoni di presenza. «Bisogna costringere a far­li tornare – dice il primo dei 124 cittadini –: per questo ci siamo inventati tante iniziative. Al bar paghiamo l’affitto e diamo 2500 euro all’anno. Se chiudesse anche questo punto di ritrovo sa­rebbe la fine». Rinunciando al compenso, sin­daco e consiglieri danno un contributo anche all’unico negozio di alimentari, e pagano l’affitto a due famiglie che hanno deciso di tornare a Roio. Da cinque anni hanno abolito l’Ici, e danno un contributo annuale di 500 euro a chi ha bambini da 0 a 10 anni. Non ne beneficia più Ciro, suo figlio 14enne, l’unico ragazzi­no del paese. A Roio manca la fa­scia d’età compresa dai 18 ai 50 anni.

 

 

 

 

 

Tutto questo basterà a trattene­re Ciro? Dice che vuole restare qui... forse... chissà.
 Anche a Borrello cammini per le strade deserte e senti soltanto i tuoi passi, e i pochi che incontri pare che ti chiedano che ci fai li. Don Giampiero La Penna è il parroco, e ha capito che neppure qui c’è fu­turo, ma non si è arreso. Ha fonda­to una casa di riposo dando lavo­ro a 50 donne del paese e ha dato vita a un servizio di assistenza do­miciliare in tutti i centri della co­munità montana. «Se si trattengo­no le donne – dice convinto – si trattiene tutta la famiglia». Se non ci fosse stata questa sua iniziativa, altre famiglie sarebbero andate in giro per il mondo o, semplicemente,

 

 

 

DAL NOSTRO INVIATO A ROIO DEL SANGRO (CHIETI) GIOVANNI RUGGIERO
 Cinque funerali quest’anno, e all’anagra­fe il numero degli abitanti è sceso anco­ra di più. All’ultima conta fatta nel 2006 erano 124. Parrà cinico, ma a Roio del Sangro la gente non nasce più. Se ne va via, scappa o ca­de leggera come le foglie di questo autunno che ha tinto di rosso gli aceri e i faggi delle monta­gne della Valle del Sangro. I nove paesi della co­munità montana di Quadri, insieme, contano poco più di 4600 abitanti. Vivono il loro autun­no, cominciato tanti anni fa. «Il vero motivo? – dice Renato Casasanta, segretario della Comu­nità montana – È nella mancanza di servizi al­le famiglie, checché ne dicano i politici. E quan­do mancano le cose essenziale, la gente va via». Se ne sono andati lontano, attratti dalla città e da una vita più agiata; hanno chiuso le case aggrappate al­la montagna e, in tan­ti,

 

fino a Lanciano o a Pescara. È da anni che a Borrello non dice a un bambino: «Io ti battezzo in nome dal Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Lo dirà a Raffaele, il giorno di Natale, il primogenito di una sua di­pendente. Tutto ha lo scopo di trattenere la gente. Anche l’Asd Borrelloche gioca in seconda categoria. A undici ci sono arrivati, ma c’è stato bisogno di prendere un centrocampista nato a Sant’Ange­lo del Pesco: «Sì, – precisa Felice Casciato – però, sua madre è di Borrello!» Ammette anche che la squadra non sta dando buoni risultati, «ma non era questo il nostro scopo. Volevamo solo dare un impegno ai ragazzi. Il calcio è un pre­testo per restare». I giocatori dell’Asd Borrello la­vorano quasi tutti alla Sevel Fiat di Val di San­gro. Ma lo stabilimento non ha im­pedito che questi paesi si spopo­lassero. «La risorsa – dice il sindaco di Borrello, Giovanni Ferrari – deve essere nostra, in tutto e per tutto. Va giocata la carta del turismo, crean­do un indotto attorno alle Cascate del Verde». Queste cascate, il punto in cui il fiume Verde strapiomba con tre salti per oltre duecento metri, sono un gioiello nascosto: neppu­re gli abruzzesi sanno dove siano. «Probabilmente – dice il sindaco – non c’è stata un’adeguata informa­zione, anche se per il Wwf e la Co­munità Europea il sito è da proteg­gere e tutelare». Ferrari è sindaco di un paese povero, ma orgoglioso. Sarà forse questa povertà che spinge a valoriz­zare il poco che è rimasto e quello che la natu­ra generosa ha regalato. A Borrello hanno crea­to un anfiteatro per spettacoli che si tengono in estate; è stato valorizzato il borgo antico con la speranza che possano venire nuovi abitanti, sia pure per il solo periodo estivo. Si valorizza, in­somma, quello che c’è, come ad esempio il tar­tufo, oppure c’è chi si inventa attività nuove di sana pianta.
  Come a Fallo che dista in linea d’aria pochi chi­lometri, tanto che nel silenzio si possono sen­tire i galli che cantano nell’altro paese. Sono tut­te sfide che denunciano la voglia disperata di re­stare, come quella di Vincenza Costantini che, con il socio Mario Cangelo, ha creato una pic­cola azienda che stampa di tutto, dai biglietti da visita ai calendari. «Sono trent’anni che cer­chiamo di restare, – dice la donna – e forse a­desso ci siamo riusciti». Indica le macchine e i computer: «Siamo della generazione che non ha studiato, eppure abbiamo imparato tutto dac­capo, con passione. Ogni cosa che esce da qui è un esempio per i giovani, è un invito». Ci re­gala una penna. C’è stampato Ciecci Service, forse in qualche modo è l’acronimo di «Ragaz­zi non ve ne andate». Per combattere il «calo» si paga l’affitto al bar e a chi ha deciso di tornare, si abolisce l’Ici, si danno sussidi a chi fa figli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

»Il Sito di Roio del Sangro«