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Articolo pubblicato su: "AVVENIRE" del 18/11/2008
LA CHIESA
![]() L’autunno dei «piccoli» Abruzzo, viaggio nelle valli dove non si nasce più <<Così cerchiamo di resistere al declino>>
IL RITORNO UNA FABBRICA DI SAPONI PER NON ANDARE VIA
Sopra, il giovane che ha aperto una fabbrica di saponi a Borrello. Sotto, il corso deserto di Roio e immagini di altri paesi della zona (foto Ruggiero)
non sono più tornati. All’ingresso del paese c’è un busto all’ignoto cuoco di Roio. In tanti hanno fatto fortuna intorno ai fornelli. Uno chef di Roio è stato alla corte di Nicola II Romanov; altri hanno cucinato nelle case di ricchi e potenti di mezzo mondo. Anche le pentole hanno sottratto gente al paesino. Quando Domenico Cese andò via con il suo cappello da cuoco, Roio contava circa 700 abitanti. Era il 1962. Ha cucinato per Valentino, per l’ambasciata Usa a Roma e per quella inglese, ed è uno dei pochi che è tornato.
Ha comprato 100 capre: «Nessuno – dice mentre prende il caffè nell’unico bar del paese – ha mai pensato a bloccare questo esodo. Adesso – aggiunge pensando ai cinque funerali – man mano che muore qualcuno è una porta che si chiude. Anche se ospitassimo per onesti extracomunitari sarebbe un modo per far rinascere Roio». A Roio c’è un solo impiegato comunale, e qui come negli altri paesini, deve sopperire la Comunità montana che si è inventato i 'servizi associati': dai trasporti pubblici alla rimozione dei rifiuti.Unico bar e unico posto dove mangiare è questo di Vincenzina Annecchini. Dietro al banco sono appese tutte le cartoline che le spediscono i compaesani sparsi per il mondo. Tutti cuochi, o quasi. L’ultima viene da Salt Lake City. Lei dice
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semplicemente: «Abbiamo voluto sfidare la sorte. È un modo per resistere al declino di questi nostri paesi. Ho aperto prima il bar, poi la trattoria; però si lavora solo ad agosto. » Tornano in molti in estate, ma giusto per un mese, alla festa di San Filippo e di San Rocco. Lei porta in tavola i frascarielle fatti di patate e farina gialla. Poi, quando l’ultimo è partito, comincia il letargo dei caffè e dei cappuccini. La sfida è piaciuta anche al sindaco, Giuseppe Cavorso, che non percepisce un euro per la sua attività pubblica. Neppure i consiglieri hanno gettoni di presenza. «Bisogna costringere a farli tornare – dice il primo dei 124 cittadini –: per questo ci siamo inventati tante iniziative. Al bar paghiamo l’affitto e diamo 2500 euro all’anno. Se chiudesse anche questo punto di ritrovo sarebbe la fine». Rinunciando al compenso, sindaco e consiglieri danno un contributo anche all’unico negozio di alimentari, e pagano l’affitto a due famiglie che hanno deciso di tornare a Roio. Da cinque anni hanno abolito l’Ici, e danno un contributo annuale di 500 euro a chi ha bambini da 0 a 10 anni. Non ne beneficia più Ciro, suo figlio 14enne, l’unico ragazzino del paese. A Roio manca la fascia d’età compresa dai 18 ai 50 anni.
![]() Tutto questo basterà a trattenere Ciro? Dice che vuole restare qui... forse... chissà.
Anche a Borrello cammini per le strade deserte e senti soltanto i tuoi passi, e i pochi che incontri pare che ti chiedano che ci fai li. Don Giampiero La Penna è il parroco, e ha capito che neppure qui c’è futuro, ma non si è arreso. Ha fondato una casa di riposo dando lavoro a 50 donne del paese e ha dato vita a un servizio di assistenza domiciliare in tutti i centri della comunità montana. «Se si trattengono le donne – dice convinto – si trattiene tutta la famiglia». Se non ci fosse stata questa sua iniziativa, altre famiglie sarebbero andate in giro per il mondo o, semplicemente,
DAL NOSTRO INVIATO A ROIO DEL SANGRO (CHIETI) GIOVANNI RUGGIERO
Cinque funerali quest’anno, e all’anagrafe il numero degli abitanti è sceso ancora di più. All’ultima conta fatta nel 2006 erano 124. Parrà cinico, ma a Roio del Sangro la gente non nasce più. Se ne va via, scappa o cade leggera come le foglie di questo autunno che ha tinto di rosso gli aceri e i faggi delle montagne della Valle del Sangro. I nove paesi della comunità montana di Quadri, insieme, contano poco più di 4600 abitanti. Vivono il loro autunno, cominciato tanti anni fa. «Il vero motivo? – dice Renato Casasanta, segretario della Comunità montana – È nella mancanza di servizi alle famiglie, checché ne dicano i politici. E quando mancano le cose essenziale, la gente va via». Se ne sono andati lontano, attratti dalla città e da una vita più agiata; hanno chiuso le case aggrappate alla montagna e, in tanti,
fino a Lanciano o a Pescara. È da anni che a Borrello non dice a un bambino: «Io ti battezzo in nome dal Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Lo dirà a Raffaele, il giorno di Natale, il primogenito di una sua dipendente.
Tutto ha lo scopo di trattenere la gente. Anche l’Asd Borrelloche gioca in seconda categoria. A undici ci sono arrivati, ma c’è stato bisogno di prendere un centrocampista nato a Sant’Angelo del Pesco: «Sì, – precisa Felice Casciato – però, sua madre è di Borrello!» Ammette anche che la squadra non sta dando buoni risultati, «ma non era questo il nostro scopo. Volevamo solo dare un impegno ai ragazzi. Il calcio è un pretesto per restare». I giocatori dell’Asd Borrello lavorano quasi tutti alla Sevel Fiat di Val di Sangro. Ma lo stabilimento non ha impedito che questi paesi si spopolassero. «La risorsa – dice il sindaco di Borrello, Giovanni Ferrari – deve essere nostra, in tutto e per tutto. Va giocata la carta del turismo, creando un indotto attorno alle Cascate del Verde». Queste cascate, il punto in cui il fiume Verde strapiomba con tre salti per oltre duecento metri, sono un gioiello nascosto: neppure gli abruzzesi sanno dove siano. «Probabilmente – dice il sindaco – non c’è stata un’adeguata informazione, anche se per il Wwf e la Comunità Europea il sito è da proteggere e tutelare». Ferrari è sindaco di un paese povero, ma orgoglioso. Sarà forse questa povertà che spinge a valorizzare il poco che è rimasto e quello che la natura generosa ha regalato. A Borrello hanno creato un anfiteatro per spettacoli che si tengono in estate; è stato valorizzato il borgo antico con la speranza che possano venire nuovi abitanti, sia pure per il solo periodo estivo. Si valorizza, insomma, quello che c’è, come ad esempio il tartufo, oppure c’è chi si inventa attività nuove di sana pianta.
Come a Fallo che dista in linea d’aria pochi chilometri, tanto che nel silenzio si possono sentire i galli che cantano nell’altro paese. Sono tutte sfide che denunciano la voglia disperata di restare, come quella di Vincenza Costantini che, con il socio Mario Cangelo, ha creato una piccola azienda che stampa di tutto, dai biglietti da visita ai calendari. «Sono trent’anni che cerchiamo di restare, – dice la donna – e forse adesso ci siamo riusciti». Indica le macchine e i computer: «Siamo della generazione che non ha studiato, eppure abbiamo imparato tutto daccapo, con passione. Ogni cosa che esce da qui è un esempio per i giovani, è un invito». Ci regala una penna. C’è stampato Ciecci Service, forse in qualche modo è l’acronimo di «Ragazzi non ve ne andate». Per combattere il «calo» si paga l’affitto al bar e a chi ha deciso di tornare, si abolisce l’Ici, si danno sussidi a chi fa figli
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