Diana Cavorso

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Ottobre a Roio

Primi freddi nel sole d'ottobre
Luminoso il sentiero nel bosco
Qua e là sopravvissute alla battaglia
Dei venti e delle piogge di settembre
Le nere more occhieggiano tra i rami
Ai margini del viottolo tra l'erba
La secca e grigia pelle della biscia
Vecchia spoglia abbandonata
Dell'estate fuggitiva.    

 


 

   

RITORNO  AL  PAESE

                   Dopo le note curve del bivio Agnone-Capracotta si apriva l'ampia visione della piana di Agnone, distesa lungo il dorso della montagna come la sella sulla spina dorsale di un somaro: intorno, le creste dei monti più alte, il gradino di Prato Gentile e il folto vello boscoso del cerreto, al di là del quale c'era Roio.
                Alfio era disturbato nel godimento della vista di quel paesaggio familiare dal continuo parlare di sua moglie, ma comunque il suo animo s'apriva, come sempre, nel respirare quell'aria, l'aria del suo paese, della sua infanzia, del suo passato.
                Ad Agnone si fermarono sulla piazza Italia, come erano soliti, per comperare qualcosa: un po' di frutta, pomodori, qualche scamorza e mozzarella fresca, una focaccia di pane calda di forno.
                Ripartiti, la strada s'inerpicava e ridiscendeva in mezzo ad un vasto altopiano senza alberi, costellato qua e là di casali fra il fieno e le rocce.
                Quante volte aveva fatto quel percorso nella piccola corriera rossa di Cerella, che si prendeva ad Agnone dopo una sosta di circa mezz'ora, scesi dalla più grande corriera azzurra che in circa cinque ore aveva coperto i duecento chilometri o poco più che dividono Roma dalla cittadina molisana!
                Ad un certo punto la piccola corriera era solita fermarsi, in piena campagna, e l'autista scendeva a prelevare un cestino di ricotta messo sul bordo della strada, in cambio del quale lasciava un contenitore vuoto: tutto intorno, il deserto.
                Ogni tanto, a una curva, saliva una donna avvolta nello scialle triangolare con una lunga frangia: emanava odore di stalla, di pecora, di formaggio, era bella, molto spesso, con occhi azzurri e capelli chiari, giovane, ma sempre con quell'odore addosso e lineamenti duri, marcati.
                 Oppure era un contadino a salire, con la barba non rasata, la giacchetta aperta su una camicia a quadroni, stile cow-boy, il bordo giallastro della canottiera che si vedeva sotto i primi bottoni slacciati, le mani rugose e callose che penzolavano fuori dalla manica troppo corta. Ogni tanto qualcuno scendeva.
                La corriera c'era ancora, ma lui era tanto che non la prendeva più, oramai. Si stancava troppo, ora, non ce l'avrebbe fatta a sopportare senza conseguenze un viaggio così pesante e scomodo.
                Quand'era bambino, ricordava, i vecchi li facevano anche a piedi quei venti chilometri, altrimenti il mezzo adibito era la mula, o al massimo il cavallo.
                L'aveva fatta anche lui a cavallo quella strada, parecchie volte, dietro suo padre. Ricordava un giorno d'inverno in cui aveva dovuto farla da solo per andare a chiamare il dottore ad Agnone. Era già buio, in inverno le giornate sono corte, specialmente fra i monti. Arrivato all'altezza del cimitero, circondato dal terrore derivante dai racconti terrificanti delle nonne e delle vecchie zie, cominciò a vedere delle luci che si muovevano: i "fuochi fatui" che ballavano la loro macabra danza!
                Il sangue gli si gelò nelle vene, i peli si rizzarono, un sudore freddo cominciò a colargli da tutti i pori: nascose la testa fra la criniera del cavallo, per non vedere, e via, al galoppo. Ormai il terrore s'era impossessato di lui: dietro ogni curva si aspettava di vedere uscire da un agguato quei briganti che avevano assalito un suo ricco antenato che tornava con un carico di mercanzie e una carovana di muli dall'Adriatico, dal porto di Pescara.
                La carovana era stata sbaragliata, rapinata, il bisnonno bastonato fino ad avere tutte le ossa rotte ed era morto pochi mesi dopo, fra dolori inenarrabili, circondato comunque dalle cure pietose della moglie e dei figli. La famiglia era stata così ridotta sul lastrico, ed aveva dovuto ricominciare tutto da capo.
                Se la storia fosse del tutto vero, se fosse un'esagerazione, o addirittura tutta un'invenzione, non l'avrebbe mai saputo: ma allora per lui era vera, era la realtà, e una realtà senza tempo, che poteva essere accaduta cent'anni prima o ieri.
                Rina parlava quasi senza interruzione e lui, ogni tanto, automaticamente, doveva rispondere. Ma l'anima era fuori dei finestrini della macchina, coi sassi, in mezzo alle macchie di verde, fra gli alberi, fra i radi cavalli che pascolavano.
                Superato Rosello, con le sue case fra le alte rocce - quasi tutti questi paesi sono costruiti in mezzo a speroni di roccia, pésco nel dialetto locale - ecco che lo sguardo si distende su Roio, addormentato sul costolone della montagna in tutta la sua lunghezza, con le maioliche del campanile luccicanti al sole e l'obbrobrio dell'albergo ormai in rovina, una specie di grattacielo una volta azzurro che supera in altezza persino la torre campanaria.
                Ecco, sulla sinistra, il cimitero, un piccolo agglomerato di costruzioni bianche, linde e ordinate, dove più di una volta qualche camioncino di venditore ambulante si era incamminato, lasciando la strada principale per la stradina sterrata sulla sinistra, diritta, credendo che quello fosse il paese.
                Dopo le ultime curve tutte a salire, finalmente il dirizzone del piccolo corso, e la piazza, dove si ferma la macchina.
                I soliti vecchi sulle panchine bianche di pietra si voltarono a guardare. Nessuno di famiglia, anche se sapevano della sua venuta, anche se abitavano proprio lì, sulla destra, nel primo palazzetto sulla piazza.
                Eppure era nato lì, in quel paese, quelli erano suo fratello e le sue sorelle, lì aveva ruzzolato e scivolato tante volte sul ghiaccio, aveva fatto a pallate di neve, aveva combinato marachelle, era sceso col padre, sulla mula, fin giù alle vigne, la mattina presto, quando ancora il sole non sfiancava.
                Ricordava una volta che il padre gli aveva comandato di tornare a casa da solo e lui si era perduto fra i viottoli bianchi che salivano in alto fino al paese. D'altronde lui non c'era cresciuto, lì, a tre anni era stato mandato in Toscana, dai ricchi zii, in Maremma, e lì aveva trascorso il periodo più felice dell'infanzia. Rivedeva ancora sé stesso bambino, di circa sei anni o poco più, aggrappato disperatamente alla gonna della zia, piangente, esserne strappato per tornare in mezzo al freddo e al buio di quei monti, in mezzo a bambini che parlavano un altro dialetto da quello che ormai era il suo. Dovette dire addio per sempre alle spiagge di Cecina, ai cavalli a branco nella pineta, al mare che brillava lontano fra i rami degli alberi.
                Eppure s'era abituato presto al suo paese: s'era ritrovato fra i sassi dell'Abruzzo, durante le mietiture d'estate, quando i bambini restavano i padroni del paese e giocavano per le strade e le piazze semideserte; durante le tristi giornate invernali, imbiancate solo di neve, che s'andava con le assi delle botti per sci a buttarsi dai pendii, con le gambe nude che uscivano dai pantaloncini corti.
                Ora i fratelli lo consideravano un estraneo. Aveva tradito. Non aveva più il diritto di tornare, quella non era più casa sua. Aveva studiato in città, ma non aveva messo a frutto i sacrifici del padre per sostenere la famiglia, aiutarla. Se n'era invece fatta un'altra, di famiglia, in città, si era preso una donna della città che guardava con disprezzo al paese, aveva fatto una figlia di città. Era un perfuga.
                Cosa voleva ora, perché veniva a spiare la loro vita difficile e stentata di montanari, a sbattergli in faccia la sua diversità, il suo incivilimento esteriore, e quella moglie così lontana, così diversa, così sprezzante?
                Nessuno gli venne incontro, alla macchina. E quando lui bussò ed entrò in casa, solo la sorella gli fece un sorriso inebetito dalla malattia. Lesse l'indifferenza, l'astio quasi nel saluto degli altri. Offrì un pacchetto di dolci. "Non ci servono, grazie. Da te non ci serve niente".
                Sentì stringerglisi il cuore, raggelarsi. Sentì per la prima volta, dopo settanta anni, che una parte di sé era morta. Si sentì diviso, dimezzato. Una parte percossa, uccisa, morta, sepolta. L'altra parte sopravviveva, ma era sofferente.
                Era la parte estranea a quei monti, al bosco alto sul colle in faccia al paese, alle scale ripide verso la chiesa, alla porta sgangherata di quella che era stata la sua scuola elementare, ai sassi della strada fatti tante volte di corsa sbucciandosi le gambe.
                Non diceva niente, a quella parte sopravvissuta, l'aria profumata di prato e di bosco che spirava in quello splendido pomeriggio d'estate, né l'odore della legna da poco tagliata e accatastata per l'inverno.
                Aveva cominciato a morire, e quella parte di sé che se n'era andata era rimasta sepolta lassù, fra i monti del paese natìo.

   

 


 

    

L'ULTIMO GIORNO

   

                La signora Maria aprì a libretto le persiane: filtrò un raggio pieno di pulviscolo dorato che andò a illuminare uno spicchio di legno scuro del grande letto ottocento italiano e poi, dopo un angolo acuto, disegnò una striscia di luce bicolore sul pavimento a mattonelle ottagonali rosso scuro e ocra.
                Il vecchio dal letto diede un'occhiata di sbieco. La signora si accomiatò in breve, alquanto brusca: "Ora devo andare, ma fra poco arriva suo nipote: non si preoccupi, non starà solo per molto".
                "Meglio solo, molto meglio!" bofonchiò fra le lenzuola.
                Sentì ancora un certo tramestìo di là, nello stanzino, poi la porta che sbatteva. La solitudine. Quella solitudine a cui era avvezzo, che si era orgogliosamente conquistata cacciando di casa, tanti anni addietro, la moglie. "Quella è la porta!" le aveva detto, senza un'altra parola, senza uno sguardo, senza un tentennamento o un tremolìo nella voce. Lo raccontava con una punta di orgoglio. Perché poi lo avesse fatto, di quale colpa si fosse macchiata quella donna, nessuno se ne ricordava. Chissà se, dopo tanto tempo, lo sapeva più anche lui, Achille.
                Aveva continuato a vivere la propria vita da distinto signore d'altri tempi, con la tuba, in pieni anni cinquanta, l'abito scuro con le bretelle, la marsina, i sigari toscani sempre nella tasca. Era nato negli ultimi anni del secolo scorso. A vent'anni aveva fatto la guerra in Libia, poi la Grande Guerra; per la seconda era ormai troppo vecchio.
                C'era stato però un momento nella sua vita, dacché era rimasto solo, che aveva vissuto in modo diverso, c'era stato un intervallo.
                Aveva accolto da lui il nipote, rimasto senza casa poco dopo la fine della guerra, il figlio del fratello che viveva sui monti dell'abbruzzo natìo. Amava suo fratello, anche se non lo dimostrava con esteriori affettuosità, come era nella sua natura scabra, dura, e quello, fra i suoi figli, era il preferito.
                Dunque lo aveva accettato in casa, in cambio di una piccola somma mensile, lui, la moglie e la figlioletta di quattro anni.
                Lui che non aveva bambini, che non li aveva mai amati, attraverso quella consuetudine giornaliera si trovò ad affezionarsi quasi morbosamente alla piccola. La mattina i genitori uscivano per il lavoro, e loro due restavano soli. Se la portava con sé, piano piano, fino all'edificio della Stazione Termini, giù in fondo alla via Giolitti, dove abitavano. La teneva per la manina, lui alto, grosso, e lei così piccolina, dipendente in tutto da lui. Le parlava, le raccontava tante cose, lui che non aveva mai parlato per lunghissime giornate, per tanti anni con nessuno.
                Le parlava delle mule in guerra, i migliori amici dei soldati, dei vecchi films di Charlie Chaplin: passando davanti all'Ambra Jovinelli ricordava la sua giovinezza, evocava le luci, le ballerine, i numeri di varietà, e la piccola stava incantata ad ascoltare e nella sua mente la fanciulla povera raccolta da Charlot per la strada si confondeva con le ballerine svolazzanti sotto i riflettori.
                La bimba aveva imparato presto ad approfittare del buon vecchio. L'assillava perché era stanca, e lui a tirare con pazienza per arrivare fino al tabaccaio della stazione, dove avrebbe trovato i suoi sigari toscani. Le prometteva per il pomeriggio la pastarella alla torrefazione Aureli, in via Quattro Fontane, dove lui andava a sorbirsi il caffè.
                Qualche volta la portava dallo zio Vincenzo, che era il maggiordomo di Palazzo Zuccari, sopra la scalinata dii Trinità dei Monti. Sembrava un vecchio lord inglese, lo zio Vincenzo, in marsina e ghette, raffinatissimo. Danielina si annoiava parecchio in quelle visite, e le faceva scontare al povero zio Achille con capricci e regalini.
                Quand'era la mattina dell'Epifania, sul tavolo della cucina del piano rialzato dell’appartamento di via Giolitti dove abitavano, apparecchiato per la visita notturna della buona vecchina, insieme ai mille giocattoli per la bimba, c'era sempre anche la scatola dorata dei suoi Toscani, o il lungo involto che nascondeva - si fa per dire - un bastone nuovo col manico di osso o la testa d'animale d'argento.
                Quando Diana aveva cominciato a frequentare la scuola elementare, il vecchio burbero aveva perduto molto. Allora cercava di trovare impegni gradevoli per il pomeriggio, in cui coinvolgere la sua Cosetta, come gli piaceva chiamarla. Le aveva fatto vedere in un grosso volume dei Miserabili un'illustrazione dove veramente la piccola Cosetta e il grande Valjean con tuba e bastone, mano nella mano sulla spalletta della Senna, sembravano loro due.
                A primavera poi c'era il rito del Concorso Ippico Internazionale. Allora, elegantissimi, la piccola con l'abitino inamidato e il cappellino di paglia o di cotone a falde larghe, col fiocco di lato, passavano prima da Fassi a piazza Fiume, per sorbire una Caterinetta nel bel giardino interno, seduti ai tavoli di ferro battuuto, poi si recavano a piazza di Siena, in mezzo al verde smeraldino macchiato dal bianco e rosso degli ostacoli, con la pioggia che immancabilmente faceva la sua fugace apparizione.
                Lo zio Achille, quando l'altoparlante annunciava i cavalieri, spiegava a Diana chi erano, le indicava i cavalli, bai, storni, afgani, inglesi: spiegava le differenze, insegnava alla nipotina le caratteristiche dei diversi purosangue e delle varie scuole. Poi iniziava il percorso, nel silenzio più assoluto, scandito dal galoppo dei cavalli, il salto, a volte l'asta di legno che cadeva, o il rumore della zampa del cavallo nell'acqua.
                Il Concorso Ippico Internazionale sarebbe sempre rimasto, per Diana, legato allo zio, alla sua vita con lui, e non ci era più tornata, dopo che era andata via da quella casa, nonostante allora fosse per lei un appuntamento immancabile e bellissimo.
                Ora Diana era cresciuta. Era andata via ormai da quasi vent'anni, le appassite che il vecchio si portava quando tornava dall'abbruzzo potevano rimanere tranquillamente appese nello stanzino integre, senza che nessun "topino" andasse a mordere di nascosto le "orecchiette". Come fingeva di adirarsi, allora! e come era triste e deluso di trovarle integre, ora!
                Si era fidanzata, e lui accoglieva sempre in casa con affetto e simpatia il suo compagno, nelle loro visite non frequentissime ma con cadenze certe. Si era poi sposata e lui era andato al loro matrimonio, con fatica, ormai stanco.
                Era stanco di una vita tanto lunga, tanto vuota. Gliel'aveva detto lo scorso Natale, quando erano andati per fargli gli auguri, che era stanco. Era stato poco bene, e loro due gli avevano chiesto premurosamente come andava. "Come volete che vada, oramai non ho più nulla da fare in questo mondo, aspetto solo di andarmene".
                Quando poi, dopo l'Epifania, Diana gli aveva detto di aspettare un figlio, lui era rimasto colpito. Non sapeva se essere contento o dispiaciuto. "Come, proprio adesso? Adesso che finalmente me ne potevo andare in pace, senza rimpianti, adesso ho un nuovo motivo di rimpianto, quello di non vedere questa creatura. Mi dai un motivo inaspettato per cui vorrei vivere ancora, quel tanto che basta a vederla".
                Lei aveva celiato: fra poco l'avrebbe vista, non doveva preoccuparsi, per l'estate il bimbo sarebbe nato e lui l'avrebbe visto.
                Ora tirava disperatamente il fiato: non ce l'avrebbe fatta, era agli sgoccioli. Poteva essere? proprio ora?       
                Entrò Alfio, silenziosamente. "Come va zio, dormi?" "No, riposavo".
                Il pomeriggio era caldo, quasi estivo. Era aprile, la settimana della Passione, mancava poco alla Pasqua. Diana doveva venire a trovarlo, col pancione. Proprio quella mattina - la prima delle vacanze - aveva detto a Francesco che voleva andare, era preoccupata.
                "Andremo fra tre giorni, non morirà proprio adesso, non ti preoccupare", le aveva detto Francesco.
                "Preparo un po' di caffè, così ne prendi un goccio anche tu". Alfio aveva proprio bisogno di un caffè.
                Era uscito presto di casa, aveva preso due autobus per andare fin là. D'altronde non poteva lasciarlo solo. Dopo i quattro anni vissuti nella sua casa, se n'era andato alquanto bruscamente: era stato proprio lo zio a metterlo alla porta, dopo aver preso in disparte Diana per dichiararle tutto il suo affetto intatto. C'erano dei motivi, cercò di spiegare alla bambina frastornata, la vita aveva le sue leggi inesorabili. Ma lei doveva tenere bene a mente che era il suo unico affetto, il suo unico pensiero, il suo unico punto di riferimento. Le aveva anche detto, in quell’occasione, che pensava di lasciare l’appartamento, quando fosse venuto a mancare, ai nipoti di Roio, perché c’era “quella disgraziata, Marsilia”, aveva detto proprio così, e lo faceva per lei. Era d’accordo, non le dispiaceva? Diana aveva poco più di otto anni, ma era abbastanza matura. Gli disse che no, non le dispiaceva, e difatti mai più nel corso degli anni ripensò a quella cosa con rancore: l’aveva trrovata subito normale, e così poi sempre l’aveva considerata.
                Ora, nel momento estremo del bisogno, egli aveva potuto conoscere suo nipote, e ancor più sua moglie, la mamma di Diana, sotto una luce nuova, inaspettata: disponibili, pronti al sacrificio, nonostante i precedenti. Gliel'aveva detto, lui che era sempre così orso, con affetto, quasi con commozione.
                "No, grazie, magari lo prenderei fra un po'. Ora mi andrebbe un po' di ricotta. Potresti scendere a vedere se ne trovi, per favore?".
                Alfio andò. Scese i pochi gradini del portoncino, si trovò sulla strada assolata: un trenino azzurro, di quelli che vanno a Cinecittà, sferragliò rumorosamente sui binari. Alfio pensò che erano vent'anni che quei binari dovevano essere rimossi, ed erano ancora lì, e ad ogni passaggio di un treno tremavano i vetri, sembrava ci fosse una scossa di terremoto. Pensò che era stata una fortuna essere dovuti andar via da quella casa, era stato lo stimolo per riuscire ad acquistare un appartamento di proprietà, con sacrificio ma con soddisfazione, giù verso l'EUR.
                Fece i pochi passi fino al negozietto di alimentari, scese tre o quattro gradini e si trovò dentro. Fu avvolto dal fresco piacevole del seminterrato. Si fece incartare un etto di ricotta, pensando che era un buon segno che lo zio avesse fame. Risalì sulla strada, infilò il portone.
                Aperta la porta di casa disse allo zio che aveva trovato la ricotta. "Ecco, che faccio, te la metto in un piattino?". Si affacciò sulla porta della stanza per sentire la risposta.
                Il vecchio era appoggiato sui guanciali, il viso verso la finestra semiaperta, gli occhi sbarrati a vedere tutti gli anni che sarebbero venuti, tutti quelli che erano passati.
                                                                                                                                                              

                                                                                                                                                     Diana Cavorso

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