Nella media valle del Sangro, alle falde del Monte Lupara (1100 mt s.l.m.), sopra uno sperone di roccia, sorge Roio del Sangro, ridente paese dell'Abruzzo, in provincia di Chieti. Questa fortunata posizione fa di Roio un balcone dal quale si può ammirare uno splendido panorama che va dal Massiccio della Majella fino al mare. Nonostante la sua altitudine (840 mt. s.l.m.) gode di un clima temperato. La costa adriatica dista solo 60 km. e con meno di un'ora si raggiunge la più vicina spiaggia.

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Le Origini

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Studi e ricerche di Alessio Coletta ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

Circa le origini di questo comune della media Valle del Sangro non si hanno documenti né emergenze archeologiche da interrogare.

Si potrebbe tuttavia ipotizzare, con le dovute cautele, che il primo sito abitato dai "roiesi" sia la località oggi chiamata Vicenne, toponimo molto interessante poiché deriva da "Vicus" ossia ciò che per gli antichi romani era il "Villaggio". Tale località, è situata nella Valle di un piccolo affluente del Sangro, il Paganello, chetuttora scorre alle pendici dello sperone roccioso dove sorge oggi Royo. Di poco valore sono le notizie riportate in un foglio dattiloscritto nella prima metà del secolo scorso, in cui lo scrivano, tra le altre cose, parla di strutture murarie di epoca romana e di un tempietto dedicato a Marte.Penso che la maniera più corretta per comprendere la storia di questo paese sia quella di analizzare i rapporti che da sempre intercorrono tra la fertile Valle dei Pagani, il nucleo abitato di Vicenne, la posizione strategica dell’attuale Royo ed il santuario della Madonna del Monte, imponente struttura che si è potuta ammirare fino ai primi anni del 1800 sulla montagna di Royo, la Lupara. Analizzeremo in seguito questa questione. Circa il significato della parola Royo ci si potrebbe perdere in elucubrazioni popolari di bassa caratura che fanno risalire il nome del paese dalla parola spagnola rojo, colore rosso, il rosso delle formiche che avrebbero invaso il vecchio centro abitato e costretto i roiesi a rifugiarsi in altura, nel sito odierno. Oppure il rosso del sangue, un sangue che fu versato in epoca imprecisata da parte di imprecisati invasori. Entrambe queste teorie sono evidentemente false. L’ipotesi dell’invasione delle formiche è sicuramente una forzatura leggendaria che ho riscontrato avere avuto successo anche in altri comuni della valle del Sangro. Ammesso che ci fosse stata tra i sec. XV e XVI una invasione di formiche, il fenomeno dell’abbandono dei vecchi centri abitati è da spiegarsi più per diffusi e irreversibili episodi franosi e smottamenti del terreno cui le formiche potrebbero a mio avviso soltanto aver contribuito marginalmente. Il nome Royo (Fig. 1) in questo piedistallo triangolare finemente scolpito con protomi leonine  naturalistiche compare elegantemente incisa la scritta "ROYO"e la data 1595) tuttavia compare per la prima volta circa 200 anni prima di tali sciagure! Nei registri della Cancelleria Reale, un atto del 22 Maggio 1279, che non ho avuto modo di verificare, dice che il Re dona a Guglielmo di Alamognone (Agnone) alcuni castelli tra cui Monteferrante con i Casali di Lupara, Royo con i diritti sul Casale di Rogitello (località chiamata dai roiesi "Roitello" dove sorgeva l’antico abitato), il casale di Pietracorvina.Questo documento non è stato neanche preso in considerazione dal Maranzano,il quale dice che le prime notizie su Royo risalgono, una, al 1309, quando il paese è indicato come Rodium nelle decime pagate alla Diocesi di Trivento, un’altra, al 1320, nel documento Aprutium citra flumen Piscariae 1320 riportato dal Faraglia, in cui Royo compare come Podium cum Rogitello.

Nel Catalogus Baronum (che tratta delle condizioni feudali dal 1156 al 1161, durante il


Royo del Sangro. La lettera "Y" compare anche sul "libro dei morti" del sec. XVIII, conservato nell’archivio della parrocchia, e su di un piedistallo triangolare in pietra conservato nei locali sottostanti la chiesa parrocchiale. In una delle facce del detto piedistallo compare la data 1595, mentre in un’altra è riportata la scritta elegantemente incisa "ROYO". Il documento è conservato nel Comune di Royo e probabilmente risale alla prima metà del secolo scorso.


regno di Ruggero II) non vi è traccia di Royo, ma ciò non vuol dire che quando fu compilato questo elenco la località non esistesse. Forse, tra 1156 e 1161 questo villaggio era suffeudo di un feudo più importante.

Tornando a Vicenne, questo villaggio di epoca romana sarebbe stato devastato dai Saraceni e gli abitanti superstiti forse, a mio avviso, uniti ad alcuni clan di invasori (da qui forse deriva il nome del fiume Paganello e della Valle dei Pagani che esso forma), si insediarono a Rodium, che nel documento Aprutium citra flumen Piscariae 1320, pubblicato dal Faraglia, è chiamato Podium cum Rogitello, tra Civitas Burrelli e Casale Planum, situato quest’ultimo sulla Lupara.

Che la Valle sia stata trafficata da tempi remoti lo dimostra anche un ritrovamento importante: in un’ansa del fiume Paganello, accompagnato da mio nonno abbiamo individuato sepolta dalla vegetazione (incontrollata da più di sessant’anni) una profonda vasca realizzata a scalpello sulla sommità di una grande roccia, detta "vasca di San Filippo", dove i Roiesi mettevano offerte votive. Il retaggio di questo manufatto rimanda ad antichi culti pagani ed a mio avviso la realizzazione dell’incavo della vasca doveva corrispondere ad una misura, ad una quantità stabilita


FANGIO, Il santuario di Santa Maria del Monte in Castiglione Messer Marino, Agnone, Arti Grafiche S. Giorgio, 1988.La fonte da cui traggo questa notizia, riporta il contenuto del documento, riferendolo ai Registri della Cancelleria reale, Reg. 1278, senza riferire con maggiore precisione la collocazione dell’atto.

G. PANSA, Miti, leggende e superstizioni d’Abruzzo; cit. rip. in E. MARANZANO, Borrello tra i vicini comuni della Val di Sangro, Quadri, Mario Ianieri Editore, 1998, pp. 22, 64; trovo queste notizie anche in un documento probabilmente della prima metà del secolo scorso, conservato al Comune di Roio del Sangro.

E. MARANZANO, Borrello…, op. cit., p. 64. Nel documento citato conservato nel Comune di Royo del Sangro, è segnalato che nell’Italia Sacra dell’Ughelli si riferisce che San Benedetto, vissuto nel 500, lasciò in Montecassino notizia di Royo (UGHELLI, Italia Sacra, tomo VI, cel. 676). Ma da una verifica non sembra trovarsi nell’Ughelli alcuna traccia di Royo.

N. F. FARAGLIA, I miei studi storici delle cose abruzzesi, Lanciano, Barabba Editore, 1893, p. 243. Compare Podium cum Rogitello tra Civitas Burrelli e Casale Piano (situato sulla montagna di Royo).

CUOZZO E. a cura di, Catalogus Baronum Commentario>, Roma, Fonti per la Storia d’Italia. Dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1984.

E. MARANZANO, Borrello…, op. cit., p. 64. Anche Civitaluparella non è presente nel catalogo benché la tradizione di quel paese fosse molto più antica.

G. PANSA, Miti, leggende e superstizioni d’Abruzzo; cit. rip. in E. MARANZANO,Borrello…, op. cit., pp. 22, 64; trovo queste notizie anche nel documento già citato conservato nel Comune di Royo. Vedi nota 7.


Che Rodium non sia semplicemente una mutazione di "Podium",nome con il quale i latini indicavano luoghi rialzati e incombenti sulle valli circostanti?

Che Rodium non sia stato, invece, un nome ispirato alla fiorente città di Rodi che prima di Roma esportava il piede ponderale delle sue monete in tutto il bacino del Mediterraneo? Molte potrebbero essere le ipotesi.

Royo nel Medioevo

Cerchiamo ora di rispondere ad una domanda cruciale: in quale periodo i roiesi si arroccarono sulla roccia dove ancora oggi abitano? Incursioni saracene ce ne sono state parecchie nel corso della storia e  intorno all’Anno Mille queste si intensificarono. Royo può essere stato fondato lì dove oggi si trova, accodandosi al frequente fenomeno dell’ "incastellamento",a guardia di un fiume, il Sangro, che fu un tracciato di confine importante per i regnanti normanno-svevi. All’alba del 1300 Royo era chiamato Rodium cum Rogitello, ossia Royo con Roitello, e ciò vuol dire che all’epoca già esisteva un Royo e un piccolo Royo che probabilmente era un casale a matrice agricola. Ma se Roitello si sa dove è situato, il Royo principale dove sorgeva? Dopo la distruzione di Vicenne, i "roiesi" ripararono in Roitello e qui stettero fino a quando non furono costretti a lasciare il sito probabilmente a causa di frane che passarono alla storia come invasioni di formiche. Ciò accadde tra il 1400 e il 1500 e i roiesi, dopo aver stazionato in diverse località della Valle dei Pagani, (località "Casette",etc.), giunsero là dove oggi si trova. Teniamo in considerazione che nella seconda metà del sec. XIV, un terzo della popolazione europea fu falciata dal misterioso morbo della "peste nera". Ma, a quanto riportano i documenti, il Royo già esisteva almeno dal 1309. A questo punto due ipotesi si affacciano nel nostro racconto:

a) Royo si trovava dove oggi sorge già dal Medioevo e gli aitanti dovettero lasciarlo per sciagure naturali accadute intorno al 1400-1500 per poi tornarci nello stesso 1500 come miracolati da un’epidemia tanto da far fondere una splendida campana di bronzo mischiato all’oro offerto dagli abitanti.

b) Royo era un feudo di discreta estensione con abitazioni e casali sparsi in diverse località della Valle dei Pagani fino a Roitello, sovrastato da una struttura conventuale con ospedale situata dove oggi sorge Royo, ponte di collegamento tra la fertile valle e il grande santuario della Madonna del Monte sito sulla Lupara.

Qualsiasi ipotesi vogliamo abbracciare resta un dato secondo me di eccezionale importanza che mi si è manifestato solo di recente. Sapevo dai racconti dei miei nonni che fino ai primi del Novecento si potevano vedere i ruderi della vecchia chiesa di Royo nel bel mezzo della attuale piazza del paese. Purtroppo nessun documento conosciuto parla di questa chiesa ed io non potevo che immaginarla; senonchè un fortunato giorno mi sono trovato di fronte ad una fotografia degli anni Venti in cui si vede l’attuale piazza e gran parte dell’alzato murario della detta chiesa di cui solo sapevo che era intitolata a Sant’Antonio Abate. Posso dire con certezza che si trattava di una chiesa di modeste dimensioni, a navata unica inframezzata da arconi trasversali, mura tozze in pietra, facciata a capanna coronata da un bel campaniletto a vela. Si tratta di una pianta che non ho trovato in nessun paese della Val di Sangro, valle distrutta irreparabilmente dai tedeschi nel 1943. Simili chiese invece sono rimaste pressocchè intatte nella Marsica e nel teramano e sono tipiche chiese "viarie", ossia poste lungo vie di comunicazioni, vie di pellegrinaggi, vie tratturali, rette nella maggior parte dei casi da un clero stabile e regolare dedito alla cura delle anime, al lavoro e all’ospitalità. Proporrei di datarla tra i sec. XIII e XIV.

Per quanto riguarda l’ospedale, esso doveva sorgere nella zona prospiciente la chiesa, in corrispondenza della casa d’angolo tra le attuali Via Roma e Via Risorgimento.

La dedica a S. Antonio Abate è pertinente ad una struttura che doveva fungere da ospedale o lebbrosario, essendo il Santo protettore dei malati della malattia che ancora oggi si chiama "Fuoco di Sant’Antonio". Di conseguenza a Royo doveva risiedere una comunità di monaci francescani o, perché no, di quella filiazione dell’ordine dei Cavalieri Templari che aveva come nome "Cavalieri del Tau", un ordine monastico-ospedaliero-cavalleresco famoso durante il Medioevo per i loro ospedali dediti alla cura delle malattie epidermiche prima fra tutte il "fuoco di S. Antonio" che si curava con impacchi di grasso di maiale selvatico. Questi "Cavalieri del Tau" posero nell’abbazia di S. Antonio di Ranverso, presso Torino, la loro precettoria madre. Erano devoti a Sant’Antonio, il quale è sempre raffigurato con il fuoco nella mano e il segno del Tau cucito sul petto. Il Tau ha la forma della T, di una stampella, simbolo delle umane sofferenze. A questo punto fermerei l’attenzione su di un frammento scultoreo, proveniente dalla chiesa di S. Antonio, dimenticato in una nicchia di una parete dei locali al di sotto della chiesa parrocchiale del paese, dove vi si conservano arredi liturgici. Qui ho trovato, oltre ad un frammento di croce "viaria" in pietra (elemento tipico di fondazioni monastiche), una croce patente con i quattro bracci piuttosto larghi e terminazioni a motivo gigliato (Fig. 2), ben scolpita a rilievo su una pietra spessa una quindicina di centimetri che rivela nel dorso una accurata lisciatura e sagomatura che fa pensare ad una chiave di volta, alla decorazione di un portale di una chiesa o ad un ornamento riferibile ad un pluteo presbiteriale o ad un sarcofago. Devo segnalare che tale manufatto potrebbe corrispondere ad una croce templare. Probabilmente la croce era inscritta in una circonferenza anch’essa scolpita, poiché il frammento ci è pervenuto scalpellato seguendo un andamento circolare. Potremmo fare un confronto con una croce, inscritta in una circonferenza, scolpita su una tomba dell’antico cimitero della cattedrale di Sarlat (Fig. 3), in Dordogne, terra ricca di fondazioni templari.

A questo punto la storia di Royo, un paese che purtroppo non ha conservato nulla del suo passato, comincia a diventare stimolante e misteriosa. Ma la storia non è ancora finita.

La Vergine Nera del Monte

Rimaniamo in pieno Medioevo, quando nella nostra zona erano temutissimi i Borrello, signori della Civitas Burrelli (oggi Borrello, centro abitato dalle origini


J. L. AUBARBIER, M. BINET, Les sites templiers de France, Rennes, Éditions Ouest-France, 1997, p. 91.


antiche che intorno all’anno Mille è documentato come Civitas Burrelli),terra molto vasta e comprendente molti feudi, più o meno vicini al paese, annessi alla Corona di Sicilia di Re Ruggero II nel 1139, e al Ducato di Puglia nel 1160; i Borrello, che nella prima metà del sec. XI si lanciarono addirittura all’assalto dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno, distruggendola e saccheggiandola.

La montagna di Royo è chiamata dai roiesi Lupara, nome legato non solo ad un monte, ma anche ad un feudo, come risulta dai registri dell’archivio Caracciolo di S. Buono (fine 1700), dove il luogo è chiamato anche "casale" e "castello". Nelle decime del 1324-1325 il feudo è definito "castrum". Il feudo di Lupara è costellato da una serie di toponimi presenti sulla mappa I.G.M. della zona, quali Castiglione (sul versante opposto a quello di Royo), Rocca l’Abate (sul versante che guarda Agnone), Colle dei Soldati (che vigila sulla vallata del Sente), Monte la Rocca (bosco di Royo, alto 1259 metri, che si erge a Sud-Ovest della Lupara), la Rocchetta (che domina la valle del Sinello), Roccavivara, Roccaspinalveti, Castel Fraiano (che ad una quota di 1415 metri, domina su tutte le valli intorno e svetta al di sopra dell’altopiano della Lupara, e che conserva sulla cima le fondazioni di una consistente postazione militare, già indagata archeologicamente). Si noterà che tutti questi toponimi hanno carattere militare, presidi concentrati in un’area non molto vasta.

Ma cosa c’era di così importante sulla montagna di Royo per attuare un tale spiegamento di forze?

Dei cinque principali tratturi che collegavano l’Abruzzo al Tavoliere, sulla montagna di Royo passava il più trafficato, Ateleta-Biferno, che dalla Puglia giungeva ai pascoli dell’Altopiano delle Cinquemiglia, passando per Castiglione Messer Marino (dove fu costruito il Castello a guardia del tratturo, e dove si svolge tutt’ora l’antica fiera di Castiglione) e, oltrepassato il feudo di Lupara, immettendosi sul versante roiese, per proseguire attraverso il Colle dei Soldati fino al Piano delle Cinquemiglia.

Risulta, poi, che nel 1284 fu concessa agli uomini di Foggia l’autorizzazione ad acquare e pascolare nei tenimenti di Castiglione, che appartengono a Montecassino. Se la difesa del tratturo poteva essere un buon motivo perché sorgessero tante postazioni militari nei dintorni, va considerato anche il fatto che il feudo di Lupara ospitava un importante e florido santuario che richiamava fedeli da tutta la zona.

Sulla cresta orientata Nord-Sud del monte della Lupara, chiamato come abbiamo detto, anche "Casale" e "Castrum", sede evidentemente di un insediamento rurale scomparso, affacciano tutt’ora i loro confini territoriali tre Comuni, Royo del Sangro (Ovest), Monteferrante (Nord) e Castiglione Messer Marino (Est) ed ho potuto constatare quanto gli anziani di questi paesi, soprattutto Royo e Castiglione, serbino


E. MARANZANO, Borrello tra i vicini comuni della Val di Sangro, Quadri, Mario Ianieri Editore, 1998, p. 26.

Tutte le notizie riguardanti la montagna della Lupara e del santuario costruito sulla sua cima, sono tratte da G. FANGIO, Il santuario di Santa Maria del Monte in Castiglione Messer Marino, Agnone, Arti Grafiche S. Giorgio, 1988.

Ibidem, pp. 14-15.

Ibidem.

S. BOESH-GAJANO, Civiltà medievale negli Abruzzi, L’Aquila, Edizioni Libreria Colacchi, 1990, vol. II, pp. 381-382.

AA.VV., Storia del Mezzogiorno, Edizione Italia, vol. VII - Le Province, p. 14.


un innato rancore reciproco. I tre comuni sopraccitati sono devoti alla stessa Madonna, la Madonna del Monte, alla quale era dedicata una chiesa con annesso convento, che compare per la prima volta nei registri delle decime pagate alla Santa Sede nel 1309, ma che, stando a quanto riporta il pannello esplicativo che ho trovato in situ, là dove oggi si trova la cappella di Santa Maria del Monte ricostruita dopo i bombardamenti del 1943 sulle preesistenze della chiesa rurale e di un convento del sec. XVI, venne fondata intorno al sec. IX.

Con una Bolla di papa Leone X del 21 Dicembre 1520, il pontefice concede all’allora commendatario della chiesa di Santa Maria del Monte, Bernardino Caracciolo, la facoltà di costruire un convento per Frati Minori Conventuali di S. Francesco, per le esigenze del clero e della popolazione che qui risiedeva; nel documento si parla di una immagine della Madonna "ab antiquo sculpita", scolpita quindi almeno un secolo prima. La statua lignea policroma della Madonna del Monte seduta in trono con il Bambino (Fig. 4), è conservata

oggi nella parrocchiale di Castiglione M. M., ed è stata collocata cronologicamente dal Prof. Vivio, soprintendente alle antichità e monumenti di L’Aquila, alla fine del sec. XIV, non potendo arretrare ulteriormente la data oltre per la resa plastica del modellato, anche perché Gesù Bambino vi compare nudo, caratteristica tipica di un arte già imbevuta di umanesimo. Il trono poggia su di un piedistallo esagonale posto sopra ad un ceppo d’abete (la leggenda vuole che la statua comparve miracolosamente in epoca imprecisata su di un abete che si trovava nel punto di confine tra le terre di Royo, Monteferrante e Castiglione), arbitrariamente intelaiato all’interno di una struttura sempre in abete, durante i restauri del 1950, quando venne anche ricostruito lo schienale del trono. Confronti si possono fare con due statue molto simili alla Madonna del Monte, site in Roccavivara, un centro non molto distante dal monte della Lupara, nelle quali ritroviamo identiche la base esagonale, le braccia aderenti ai fianchi, ginocchia separate e il panneggio del manto. Ciò fa pensare all’opera di una stessa scuola proveniente da L’Aquila, da Campobasso o da Napoli, attiva qui a cavallo dei secc. XIV e XV.

Si tratta di una Madonna nera, detta Schiavona (legata ai culti relativi alla pratica della transumanza), importata dalla tradizione pugliese: nera è la Madonna Incoronata di Foggia, nera è la Madonna di Ripalta, protettrice di Cerignola, nere è la Madonna di Pescasseroli, alla fine del tratturo Candela-Pescasseroli. Piccole tracce di colore roseo sul volto della Vergine non pregiudicano il fatto che si tratti di una Madonna nera, anzi attestano, come vedremo in seguito, la vicenda travagliata di questa statua. Un’ultima considerazione va fatta per l’oggetto sferico tenuto dalla mano sinistra della Vergine e dalla mano sinistra del Bambino, simbolo che con ogni probabilità raffigura il globo terrestre. Il globo nelle mani del Bambino si trova per lo più in statue del Duecento e del Trecento.

Se questa statua è stata scolpita intorno alla seconda metà del Trecento e se esisteva già da gran tempo la chiesa della Madonna del Monte, dobbiamo credere che esistesse un’altra immagine della Madonna precedente a questa. Del resto sarebbe strano pensare il contrario, visto che nelle decime del 1309 la chiesa di Santa Maria del Monte versa la somma di 16 tarì e mezzo, più del doppio di quanto versò nello stesso anno la chiesa unita al monastero benedettino di Santa Maria del Canneto di Roccavivara, all’apice del suo splendore, ricca di terre, addirittura svincolata dalla diocesi di Trivento e direttamente soggetta al Papa. Santa Maria del Monte, nel 1309, detto in termini moderni, fatturava più del doppio.

La tradizione locale e le leggende legate al culto della Madonna del Monte concordano tutte nel riferire della scomparsa della statua della Schiavona a causa di un’eresia alla quale dovette porre rimedio l’esercito pontificio; in un documento recente, privo di data e di alcun valore storico, conservato nell’archivio parrocchiale di Castiglione, si parla addirittura della scomparsa della statua nel periodo dell’iconoclastia, cosa che ritengo molto poco credibile (anche se è vero che nel Mezzogiorno d’Italia trovarono asilo molte delle immagini proibite nei paesi colpiti dagli iconoclasti); si potrebbe comunque pensare che il volto della primitiva statua della Madonna del Monte non fosse stato dipinto, ma lasciato del colore bruno scuro dello stesso legno in cui è intagliata la Madonna quattrocentesca, il volto della quale probabilmente in un secondo momento, per motivi che ignoro, fu tinto di rosa. Se nel 1309 la chiesa con annesso convento era potentissima e se la statua attuale della Madonna del Monte si data intorno alla fine del Trecento, simboleggiando probabilmente il ritorno di un culto sospeso per cause a noi ignote, ma rimasto sempre radicato nel popolo della zona, penso che nel corso del 1300 sia successo un fatto tragico per i devoti alla Vergine della Lupara. Nel registro delle decime pagate alla Santa Sede, è riportato che, già nel 1328, "Nel Vescovado e nella Diocesi di Trivento la Chiesa di Santa Maria del Monte ha pagato 3 once", tragedia economica paragonabile al crollo della Borsa di Wall Street del secolo scorso.

Con l’edificazione del nuovo convento, nel 1520, il Santuario tornò ad essere floridissimo grazie soprattutto alle generose donazioni dei fedeli. L’economia dovette sempre fondarsi sugli scambi commerciali garantiti dal tratturo, dalla pastorizia e dalla produzione di legname e carbone. Nel 1652, ottanta uomini erano impegnati tutti i giorni al taglio della legna della Selva Grande che circonda ancora oggi la moderna Cappella evocatrice dell’antico santuario: si può pensare a quanto popoloso fosse il sito in quell’epoca.

Dal 1441, il feudo di Lupara risultava annesso alle terre di Castiglione e probabilmente già da allora i rapporti tra i comuni che ne rivendicavano la proprietà si andarono inclinando.

A testimoniare della devozione dei paesi circostanti verso questa Vergine, sono le risse e i furibondi scontri, soprattutto tra roiesi e castiglionesi, che si verificavano principalmente nei giorni della festa della Madonna del Monte e che si intensificarono ancora di più quando nei primi anni dell’Ottocento si decise di portare la statua nella parrocchiale di Castiglione, in seguito alla decisione del governo di abbattere il convento, ormai divenuto ricettacolo di briganti.


G. FANGIO, Il santuario…, op. cit., p. 20. 1 ONCIA=2 TARÌ Ibidem, p. 45.

Risse e bastonate ricorrevano ogni volta che per la festa si riportava la statua della Madonna alla Lupara là dove era la sua chiesa. L’effige sacra fu spesso al centro di veri e propri inseguimenti su per la salita del "Casone" che porta a Castiglione. L’ultimo episodio di guerriglia risale al 1935 e i vecchi lo ricordano ancora. Da lì a poco i tedeschi pensarono a quietare gli animi. Nulla rimase sulla Lupara. Molto diffuso fu in questa zona il fenomeno del brigantaggio. Gli anziani parlano di una "grotta dei briganti" sulla cresta della Lupara, un cunicolo che la leggenda vuole si svolgesse


Ricapitolando: si ha notizia certa che il santuario di Santa Maria del Monte, posto sulla montagna di Royo, nel 1309 pagava una decima paragonabile a quelle che pagavano chiese di grandi ed importanti monasteri, dimostrando così di avere un clero efficiente e grandi strutture per gestire una tale economia. La statua lignea della Madonna del Monte conservata a Castiglione Messer Marino è una Madonna nera, giunta sulla montagna di Royo tramite gli influssi culturali e cultuali della tradizione pugliese ed è stata collocata cronologicamente intorno alla fine del Trecento, mentre la chiesa a lei dedicata è documentata dal 1309, anche se si ritiene fondata nel sec. IX. Ciò dimostra che doveva esistere un’effigie della Madonna realizzata nel sec. XIII, se non prima, che poi sparì (come riportano le leggende popolari su questo santuario) per cause ignote che possiamo inquadrare tra il 1309 e il 1328, per poi tornare non miracolosamente, ma scolpita ex novo, intorno al Quattrocento.

Si potrebbe pensare alla momentanea soppressione di un culto in seguito ai processi del 1310 ai Templari d’Abruzzo (portatori qui del culto di tale Madonna?) e ad una ripresa dell’economia dovuta al ritorno, nel Quattrocento, dell’immagine sacra, cosa che comportò l’afflusso al santuario di massicce donazioni da parte dei fedeli, nei quali la devozione verso l’Immagine non era mai morta.

L’ultimo frate che risedette nel Convento della Madonna del Monte e che lo vide distrutto tra il 1814 e il 1819, fu Padre Bonaventura di Royo.

Il castiglionese D.Eliodoro Lonzi, comprò all’asta i beni dei Frati del Convento, ma quando questi si recò con 20 vetture a prendere la merce, trovò ad attenderlo il capo di una banda di briganti, un certo Sebastiano di Casalanguida, il quale saputo del facile bottino, non esitò ad uccidere Eliodoro là dove oggi è posta la Croce di Royo.

Prima dell’esecuzione a freddo, il carnefice volle che Padre Bonaventura da Royo confessasse la vittima. Il frate si incamminò, diede l’estrema unzione al malcapitato, dopodiché il Brigante fece cessare la sua esistenza.

Sembra quasi di poterlo vedere questo padre Bonaventura scendere dalla montagna percorrendo un sentiero che ha visto secoli di processioni e pellegrinaggi, passando per la "pietraltare" e scendendo attraverso i campi coltivati, fino a Royo.

La nostra storia finisce qui.

Molti misteri saranno svelati forse col tempo.

Nel tempo continuerà, se l’uomo avrà rispetto della Terra, quel dialogo tra Royo e la sua Montagna, tra Royo e la sua valle, e chiunque potrà andare lì ad ascoltarlo.

 

 

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