Super User

Ciao, sono NIcolino Cese e mi occupo della manutenzione di questo sito.

Avevo solo due anni quando persi la mamma, e fino all’età di dodici restai a Schiavi D’Abruzzo (Contrada Valli). Al mattino andavo a scuola ma un po’ per la voglia che mancava un po’ per la cattiva alimentazione il profitto era alquanto scarso, il pomeriggio invece bisognava andare in campagna a lavorare, si trattava di sarchiare le patate, mietere il grano accudire gli animali. A dodici anni mi trasferii a Roio chiamato da mio fratello Amerigo che mi aveva preceduto già da qualche anno; presi servizio presso la famiglia di Di Carlo Pasqualino e zà Rosetta.
L’abitazione di Pasqualino era sotto quella di Nicola Colafrusciut, fui alloggiato nella casa di fronte (quella attuale di Ornella Ara Ara) lo stipendio mensile era di Lire 100 oltre il vitto e l’alloggio, somma che alla fine del mese Pasqualino mi versava su un libretto postale. Durante il giorno bisognava accudire le pecore portandole al pascolo e provvedere ad altre mansioni tipo il taglio e la raccolta del foraggio. Il pranzo in genere era preparato da zà Rosetta e consisteva di solito in pane con companatico di formaggio o salsicce, a volte una frittata. La sera invece la cena era più sostanziosa, tagliariell e fasciuol, pasta e fasciuol, pasta e patate, di carne neanche l’ombra. Durante l’inverno dopo la cena spesso per arrotondare lo stipendio s’impagliavano le sedie, mentre nel periodo estivo bisognava condurre i cavalli al pascolo, durante la notte ci si addormentava per terra sulle pelli ( di pecora o mucca ) fino al mattino. Nel mese di maggio le pecore venivano condotte a “lu Pulaj” dove veniva fatto loro il bagno (le pecore venivano condotte dentro un “chiatron “ d’acqua dove per essere sicuri che la lana fosse pulita venivano fatte immergere per tre volte, bastava buttarne una che le altre la seguivano. Tre giorni dopo quando la lana era asciutta, venivano tosate e la lana ricavata veniva messa nei sacchi per poi essere venduta a Castiglione o ad Agnone quando c’era la fiera. Le pecore iniziavano a partorire durante il mese di aprile e gli agnelli maschi venivano venduti verso fine maggio le femmine invece, che dovevano essere allevate, venivano prima separate dalle mamme e poi condotte al pascolo. Le mamme potevano a questo punto essere munte per farne il formaggio (da giugno a settembre). Il 10 di novembre, i montoni venivano portati tra le pecore dopo, le pecore vecchie venivano vendute e sostituite con le giovani. Durante l’autunno, dal mese di ottobre, le pecore gravide restavano a Roio dentro le stalle dove avrebbero poi partorito mentre quelle sterili ed i montoni venivano trasferite alle vigne, durante il giorno venivano pascolate mentre la notte venivano rimesse dentro le casette (piccole abitazioni in pietra che in quel periodo erano state edificate in quasi tutti i poderi ), qui’ anche noi dormivamo su giacigli fatti di bastoni e canne. Durante la notte si andava nelle vigne dei possidenti di Villa S. Maria per prendere qualche grappolo d’uva per alleviare la fame, raramente arrivava da Roio qualche pagnotta di pane. Al mattino presto quando era ancora buio ci si trasferiva dalle vigne alla favugliett (località sulla montagna, sopra la grotta dei briganti) ed alla sera si faceva il percorso inverso. Quando la guerra era quasi al termine, i tedeschi distrussero quasi tutto, a Roio, mettevano bombe in case alterne cosi’ da distruggerle tutte, ricordo il giorno della distruzione, mi trovavo alla grotta dei briganti, era una giornata bellissima quando insieme a Flaminio assistemmo alla distruzione di quasi tutte le case di Roio. Dopo non potendo più restare a Roio per la situazione che si era venuta a creare io ed Amerigo ci trasferimmo alle Puglie ( a San Severo) dove restammo per sei mesi e questo per due anni consecutivi 1944 – 45, qui affittavamo una cascina per pascolare le pecore. Mentre andavamo incontrammo Liberato (il padre di Peppe ) che, non sapendo cosa fare si aggregò con noi, si occupò arrivati a destinazione di accudire i due buoi di Pasqualino, ricordo che durante il giorno tale era il caldo che Liberato si toglieva le scarpe e le infilava sulle corna dei buoi, la sera per raccimolare qualcosa da mangiare, Americo e Liberato andavano con accetta e sacco nei campi di finocchi , dopo i finocchi si passava alle fave, Liberato strisciava pancia in giu sui campi per non farsi vedere, questo per un mese; l’anno dopo ritornai con Amerigo e Domenico Cupplitt, la situazione era notevolvente migliorata, trovavamo facilmente cibo per mangiare. Dopo i primi anni in cui pascolavamo le pecore di proprietà di Pasqualino, io e Amerigo incominciammo a crearci un nostro gregge, successivamente Pasqualino uscì da questa attività mentre noi continuammo in proprio Nel 1944 Filippo (il figlio di Pasqualino) propose a me e Amerigo di fare una società per la conduzione di 2000 capi di pecore, Filippo avrebbe comprato le pecore e noi avremmo messo il lavoro, il ricavato sarebbe stato diviso in parti uguali, purtroppo non se ne fece niente perché non fu possibile trovare il terreno per i capannoni. Nel 1947 –48 con un po ri risparmi accumulati ed un contributo dello stato riuscii ad acquistare un locale distrutto durante la guerra di proprietà di Adele Vigilante, e cominciai a ricostruirlo, successivamente comprai un altro locale alla fundicella anch’esso distrutto durante la guerra e ne feci una seconda abitazione.  

Cese Amedeo

Racconti

Il padre di Cocciarusc ( Miccaiell )

Parlando in piazza con alcuni amici faceva capire che alle vigne aveva dei meloni quasi giunti a maturazione cosi’ gradi ma cosi’ grandi che potevano pesare 10 Kg. Amedeo, Giovanni (lu puchrar), Amerigo ed Elvio che ascoltavano, decisero che durante la notte sarebbero andati alla vigna di Miccaiel per prenderli, e cosi’ fecero. Era notte quando presero i meloni per portarli a Roio, ma quando le prime luci dell’alba illuminarono i cocomeri , videro che si trattava solo di cocuzze, si accorsero così di essere stati presi in giro.

Mariannina Lemme

Alle vigne aveva un campo di fave tenere. il solito gruppo d’amici decise quindi di andarci, Elvio disse agli altri di portare una sacchetta, giunti sul campo tutti incominciarono a cogliere, il sacco venne riempito ed Elvio che fin li aveva solo mangiato fu costretto dagli altri a caricarselo sulle spalle per portarlo a Roio, dopo qualche metro però aveva voglia ancora di mangiare, ed anche gli altri a questo punto incominciarono ad aiutarlo… morale a Roio il sacco arrivò vuoto.

La C’ rasc (il ciliegio) di Tarquinio

Per la via di Monteferrante Tarquinio aveva un ciliegio, i cui frutti da lontano sembravano cosi grandi ed invitanti da dover essere presi, venne organizzata quindi per la sera una mangiata. Erano presenti Amedeo, Tonino (Colafrisciut), Antonio di Clementina, Elvio Tubbiell e Amerigo. Amedeo in segreto disse a Tonino, mentre noi andiamo al ciliegio tu vai a casa mia e prendi un lenzuolo, tra dieci minuti vieni sotto il ciliegio e comincia a girarci intorno. Erano tutti sulla pianta a mangiar ciliegie quando Tonino arrivò e incominciò a girare intorno alla pianta. Gli altri che non sapevano niente presero un tale spavento da far tremare la pianta per la paura.

Zà Rosetta

Nei periodi estivi, si viveva in campagna, allogiavamo alla casetta di Midio di Agnone e, una volta al giorno Flaminio si occupava di portarci gli alimenti. Un giorno io e Pasqualino eravamo alla valmara a pascolare le pecore quando arrivò Flaminio, nella sua bisaccia aveva una pizza Ndrmapp, Flaminio vista la pizza che non gli piaceva ed era oltretutto dura disse che non l’avrebbe mangiata, noi provammo a mangiarne un pezzo ma Flaminio non ne volle sapere e decise così di riportarla indietro e la ripose in una delle due sacche della bisaccia. Il giorno dopo Zà Rosetta vista che una sacca della bisaccia era piena, riempi l’altra parte con un’altra pizza N’drmapp e la consegnò a Flaminio che ritornò alla Valmara senza accorgersi di nulla, quando vuotò però la bisaccia e si accorse del contenuto disse che lui non le avrebbe mai mangiate. Decise così di andare a rubare le patate a lu munticiell nei campi di quelli di Rosello, ma mentre tentava di rubare le patate, arrivò il proprietario e non riuscì quindi a prendere niente, a questo punto non avendo niente da mangiare si convinse a mangiare la pizza che venne però immersa prima nel latte. Il giorno dopo si era a mietere il grano, a mezzogiorno zà Rosetta arrivò con una spasa di pasta e ceci, eravamo io, Americo Flaminio e Pasqualino ci sedemmo per terra dove era stato steso lu musal con la pentola ed incominciammo a mangiare, un cucchiaio dietro l’altro senza neanche respirare, Pasqualino si girò per un’attimo a guardare il bosco e quando si rigirò per mangiare si accorse che la spasetta era vuota ed asclamò “ o p la madosch v’ lavet finit” e Flaminio di rimando “ Cumpà ma noi credevamo che non avessi più fame “ e così restò quasi a digiuno. Una sera dopo che le pecore erano state rimesse in un recinto, sotto Roio, alla plan d’ munn, costituito da una rete metallica, ritornai a Roio per mangiare, nel mentre i cani incominciarono ad abbaiare, ne dedussi che i lupi si fossero inseriti nel recinto, andai giù per vedere cosa fosse successo e vidi che il lupo era entrato nel recinto ed aveva ammazzato una pecora, a quel punto ritornato a casa presi il fucile ed attesi che il lupo si facesse ancora vivo, dopo un po’ infatti appari’ un’ombra, sparai senza sapere se e cosa avessi colpito, intorno infatti vi erano anche delle mule al pascolo. Il mattino successivo, ritornato a Roio, Pasqualino stava osservando la pancia della mula e diceva, “mannaggia a Cristoforo Colombo, cosa gli è successo a questa mula”, solo allora mi resi conto cosa avevo colpito durante la notte con la mia fucilata.

Cese Amedeo

Il 17 gennaio, festa di S. Antonio, in paese si svolgeva la grande fiera in suo onore. Numerose bancarelle si snodavano lungo le stradine in discesa, proponendo utensili necessari ai lavori dei campi o per accudire alle bestie. Un venditore di lamette Gilette si aggirava tra la folla proponendo la sua mercanzia: matite emostatiche, piccoli saponi, forbicine, forcine per capelli, clips, bottoni, specchietti tondi, callifughi, pettinini e pettinesse d’osso (utilizzate queste ultime dalle nonne per catturare pidocchi e loro uova sulle teste di noi bambini); attirava l’attenzione con un pappagallo coloratissimo, appollaiato su un’asticella sovrastante una scatola contenente centinaia di foglietti impilati come buste di té: il volatile ne estraeva uno a caso, a pagamento e dietro ordine del padrone, su cui era scritta “la ventura”, una specie di oroscopo sempre benevole e speranzoso in un futuro migliore; tutti sapevano che non serviva a niente, ma aiutava... Non mancavano venditori di stoffe e abbigliamenti pesanti, scarpe con le “cindrelle” e “chiochie” (numero unico ed uguali fra loro, quindi niente destra e sinistra); la parte inferiore sagomata a forma di scarpa con pezzi di pneumatici residuati della guerra; lacci e stringhe le fermavano al cavallo dei piedi ed alle caviglie. Ciò che si acquistava lo si pagava non sempre con la moneta, mezzo semi sconosciuto ai più, ovvero in disuso per mancanza di frequentazione con essa; il baratto, antico e sempre utile mezzo di scambio, era il denominatore e riferimento finanziario del mercato, da tutti accettato, anzi gradito e mai obsoleto. Bottiglie di olio, vino, salsicce e salami, salmi di grano, di granoturco, uova, (oddio quante uova ho rubato a mia nonna per barattare due nazionali ed una esportazione!!!), calze e maglie di lana, lana cardata e lavata, piccoli animali da cortile, peperoni incertati o tritati, frutta e ortaggi sottaceto e quant’altro il buon Dio, nella sua immensa bontà, rendeva disponibile alle necessità primarie della povera gente. Sto raccontando di un tempo molto lontano, forse cinquant’anni fa o forse più; la miseria accompagnava le persone dalla nascita alla morte, come la pelle, come un fraterno ed indissolubile compagno del lungo o breve viaggio della vita. Nessuno si vergognava di essere povero o di iscriversi all’ECA (ente comunale assistenza) che distribuiva, vera Provvidenza, i misteriosi barattoli del piano Marshall: cioccolata, carne, formaggi, farina lattea, olio di semi, farina e tanto altro ben di Dio che la pietà umana d’oltreoceano trasformava in oggetti, alimenti, bevande; i nostri ex nemici, ora amici, ci avevano perdonato e ci aiutavano. Tutto veniva scambiato, barattato; tutto, ma proprio tutto, aveva una quotazione, un prezzo, un valore, anche oggetti di nessun valore: a qualcosa o a qualcuno servivano. Un anno mio padre, per arginare gli effetti deleteri e distruttivi, sui miei pantaloni, dei giochi violenti tra rovi, pietre, ferri arrugginiti e quant’altro creasse pericolo, in fiera comprò per me un pantalone di “pelle del diavolo”; stoffa misteriosa, esoterica, sconosciuta, che prometteva con il suo nome, perfetto ossimoro, miracoli per la resistenza agli strappi. Indossandoli provavo un senso di protezione; ovviamente inventai e frequentai giochi sempre più pericolosi, tanto avevo i pantaloni di “pelle del diavolo”. Un vecchio del vicinato, Zì Cusumille, mentre masticava tabacco, sputava un liquame nero e beveva il suo solito mezzo litro di vino cotto, commentò: sole quesse i mancava! Mo è pruprie diavule!!! Condivideva il cotto, i ceci “mbrenati” e le fave lesse nonché le riflessioni socio-enogastronomiche un altro vetusto, Zì Tummase, fumatore di sigarette fatte a mano e respirate tenendo il braciere dello spinello in bocca; chiuse definitivamente la già per loro lunga discussione con: < e quesse ‘n’è niente! Addà vidè appress!!! > E giù un altro bicchiere di scuro nettare. Salute! In un’altra zona, non molto distante, si svolgeva la fiera vera e propria; animali di tutte le taglie e razze, età e forza, venivano proposti alla vista ed all’esperto controllo dei potenziali acquirenti. Era tutto un mugghire, rovistare di lettiera, belare, starnazzare, ragliare, grugnire, scalpitare, scalciare, ruminare, calpestare e chi più ne ha più ne metta. Noi bambini ci accovacciavamo avanti al recinto dei tacchini, lanciando fischi secchi e rapidi fhiiii a cui, immancabilmente, loro rispondevano con isterici e monotoni glu glu glu glu; il loro padrone, dopo un pò, si scocciava e ci cacciava senza tanti riguardi. Un allevatore/venditore di tacchini, infilato a forza dentro un pantalone modello “ascellare”, grosso come un otre e con una cinta a “brache di mulo” che gli sosteneva da sotto l’immenso stomaco, era il nostro bersaglio preferito; godevamo a farlo innervosire tormentando le sue bestie in attesa della sua immancabile e tanto attesa maledizione, musica divina per le nostre orecchie: puzzata fa lu butt de lu sang!!! Testa e collo erano un tutt’uno: non riusciva a girare l’una senza coinvolgere totalmente l’altro. Paonazzo, iniziava ad avanzare sbuffando e barcollando verso di noi; era talmente grasso che camminava lateralmente, ruotando l’immenso bacino per dare una direzione al suo incedere mentre le braccette corte corte penzolavano ai lati del corpo; nonostante tutto riusciva a prendere per il collo un tacchino sempre a primo colpo, con una agilità incredibile: non sbagliava mai!!! Scappavamo non prima di aver lanciato l’ultimo fischio: fhiiii glu glu glu glu. Il comitato feste di S. Donato, con i miseri residui, ben rendicontati, delle feste patronali dell’anno precedente, procedeva all’acquisto di uno o due maialini (il numero dipendeva dai residui...). Il prete, il sindaco, il medico, il segretario comunale ed altri notabili del paese assistevano alla impegnativa transazione versando, all’occorrenza, qualche altro spicciolo, valutando e scegliendo, con serietà, coscienza e conoscenza l’eletto; si ipotizzava il peso massimo che questo o quello avrebbe raggiunto, il sapore delle sue carni, la quantità di grasso che avrebbe prodotto. Ad accordo concluso tra le parti acquirenti si trattava con il venditore. Questi frattanto si aggirava, apparentemente indifferente ai loro discorsi, pacioso e serafico, tra i suoi maialini come un seminatore sul suo campo, sicuro del raccolto, delle sue creature e della sua ricchezza. Attacchi, proposte, lusinghe, diffide e false rinunce caratterizzavano la lunga trattativa: metà degli acquirenti assolveva alle funzioni di frusta; l’altra metà addolciva la mediazione e pacificava: la carota. Il venditore partecipava sereno a questa recita con il ruolo di capo comico, ben sapendo che sua sarebbe stata l’ultima parola, l'ultima battuta, quella che strappa gli applausi e che chiude il sipario. Concluse le schermaglie tattiche e strategiche di alta economia-veterinaria tutti soddisfatti, dopo una stretta di mano che concludeva l’affare, si imponeva al maialino scelto, intorno al collo, una striscia di stoffa rossa (che il tuttofare del paese l’avrebbe sostituito all’occorenza) con appeso uno squillante ed elegante campanellino. Finalmente, dopo le necessarie giaculatorie del prete, l’animaletto veniva liberato dal recinto; immediatamente acquisiva tutti i diritti e privilegi del suo rango e nessun dovere verso chicchessia, era a tutti gli effetti: lu purcielle di santantonie. Il vizioso soppesava e valutava, nel giro di qualche giorno, il suo potere e la forza del suo protettore; godeva del titolo e ne approfittava spuderatamente. Lo scampanellio dietro l’uscio di casa ed il grugnire nervoso e incontinente erano i segnali inequivocabili che bisognava provvedere, immediatamente, a soddisfare il suo poderoso appetito, sempre più pressante con l’aumentare del suo peso: mangiare, mangiare, mangiare. Per quanto nelle case questo verbo si pronunciava sempre a bassa voce e con la contrizione di chi viene sopreso a bestemmiare in chiesa, si arrangiava comunque un pastone di granoturco, melucce e ghiande raccolte nei boschi, prontamente servito all’ingordo insaziabile. Appena finito il pasto, il bellimbusto, con il muso sporco capovolgeva nervosamente il “trocolo”; la famiglia considerava la sua presenza ed il gradimento del pasto, una benedizione ed una protezione. Si racconta ancora tra i contadini burloni che uno di questi maiali, grasso e pasciuto, si accaniva verbalmente contro un asino, ricordandogli le continue violenze del padrone, i carichi eccessivi, l’assenza di riposo, le bastonate del prossimo, lo scarso e scadente mangiare. La povera bestia da soma, rassegnata, accettava queste umiliazioni, desiderosa di mostrare umiltà e benevolenza verso un animale che lui disprezzava ma era misteriosamente rispettato dal suo padrone. Un giorno, non potendone più, gli disse: è vero, hai ragione; anno dopo anno devo subire tutte queste angherie. Però adesso che ti guardo bene, tu non sei il maiale dell’anno scorso... Lu purcielle di santantonio mangiava e dormiva dove voleva e nessuno poteva rimproverarlo, scacciarlo, toccarlo. Avete presente le mucche in India? Noi bambini davamo il tormento a qualsiasi essere vivente, animale o persona, nonché a cose: mucchi di sabbia dei muratori, sansa ed asini dei frantoi, granoturco ammonticchiato nelle aie in attesa di essere “spanocchiato”, farina nel mulino e quant’altro poteva attrarre la nostra barbara e distruttiva attenzione. Certo, con il lardoso ci si incontrava lungo i viottoli e le stradine del paese; apparentemente indifferenti ma guardinghi; lui grugniva assorto, con un lento borbottio, come se volesse ricordarci il suo rango ed il suo protettore; noi sentivamo il bastone di quest’ultimo sferzare sulle nostre teste a conferma della sua presenza: ce l’avrebbe fatta pagare cara se avessimo infastidito il divino che continuava le sue passeggiate filosofiche mangerecce con il codino a tirabaci; vezzoso, vizioso e nevrotico. Il porcello di sant’Antonio era un tabù, intoccabile, nemmeno con pietre, bastoni, ferri, rami; niente, non ci si doveva nemmeno provare. Dio che rabbia!!! Ipotizzavamo agguati, trappole, rincorse; niente, non potevamo fare niente, proprio noi che osavamo tutto! Attendevamo malignamente, per dare sollievo alle sofferte astinenze, seduti sulla “sponda del fiume”, ovvero il giorno seguente la luna piena di dicembre. Il porcellone, pesante e dondolante per il mangiare accumulato durante tutto l’anno (nessun animale o essere vivente avrebbe potuto ingurgitare tanto quanto lui) veniva finalmente catturato; inizialmente restava interdetto, non sapeva cosa fare: mah, mah, mah come si permettevano!!! A nulla servivano le sue urla, la sua vicinanza al santo e lo scampanellio con cui chiedeva rispetto, rispetto, rispetto...ed alimenti. Lo si stendeva, come ogni altro maiale e senza alcun riguardo al suo rango di prediletto, su una rastrelliera di legno, piedi ben legati e torciona di canne secche già accesa. Un esperto macellaio gli affondava il sottile e lungo stiletto nella gola, allla ricerca del cuore. Gli spasmi della morte e le urla cessavano non subito, mentre il sangue sgorgava dalla giugulare, caldo e fumoso a causa del freddo, dentro un “comodo” di rame capiente, pronto per essere lavorato in sanguinaccio e sanguitiello. Il primo, dopo la cottura, si faceva raffreddare e quindi solidificare in panetti. Quando serviva si abbrustoliva su piccoli treppiedi, tagliato a fette spalmate di olio e peperoncino piccante. Il sanguitiello veniva lavorato con cioccolato, pezzi di noci, mandorle e zucchero; conservato in barattoli come marmellata, andava a riempire, insieme a quella di uva, calcionetti, taralli ed altri succulenti dolci tradizionali. Ritorniamo al nostro nobile decaduto, anzi scannato. Appeso per le zampe posteriori, dopo aver versato l’ultima goccia di sangue, veniva issato in modo che la testa penzolasse a non più di trenta centimetri da terra. Con la torcia di canne qualcuno bruciava, ben bene, tutti i peli che ricoprivano il monarca portando alla luce una bella pelle rosea, promessa di futuri e succulenti bocconi: il re è nudo!!! L’esperto macellaio lo squartava dalla coda, arrogantemente ancora arricciata, alla gola: estraeva le viscere e le altre interiori; frattaglie tutte da utilizzare. Niente si buttava del maiale e de lu purcielle di santantonie; anche le ossa: con la soda caustica ed altri intrugli si produceva il poliedrico sapone di casa. Quell’ammasso di arroganza, ingordigia, carne, grasso, potere, viscere, sangue ed ossa veniva diligentemente sezionato in pezzi ben individuati e venduti all’asta che si svolgeva immediatamente, in presenza dei notabili, dei cittadini e campagnoli e, naturalmente, di noi bambini che avevamo scrutato gli occhi della povera bestia mentre le infilavano il coltello in gola. Spiavamo, stupiti, la vita che finiva; il dolore riflesso nei suoi occhi. Gli spasmi gli contraevano muscoli, carne, denti: la morte violenta è uno spettacolo immondo!!! Le urla ci penetravano come spilli roventi, fino all’anima; respiravamo la puzza delle interiori ed il tanfo dei peli bruciati; ne restavamo tramortiti, silenziati, intimoriti; pronti però ad assistere all’esecuzione del prossimo maiale. La testa era la parte più contesa e veniva proposta in ultimo; assegnata, finiva l'asta e la riunione paesana; si attendeva il prossimo San’Antonio. I proventi dell’asta venivano equamente distribuiti tra i poveri del paese; ad essa ogni persona sentiva il dovere di partecipare ed i pezzi acquistati valevano molto meno del prezzo pagato, ma non erano parti scelte di un maiale qualsiasi, erano de lu purcielle di santantonio.
07/09/2009

Mimmo Galluppi

(1950, ANNO PIU' ANNO MENO)!!!

Bei tempi del calcio...

Dedicato a tutti quelli che hanno vissuto il calcio vero....che oggi non c'è più!!!!
Noi che...finivamo in fretta i compiti per andare a giocare a pallone sotto casa;
noi che...costretti alla regola di "portieri volanti" o " chi si trova para",
noi che..."portieri volanti" e..."segnare da oltre centrocampo vale?" - Vale...vale tutto!
noi che...quando si facevano le squadre, se venivamo scelti per primi ci sentivamo davvero i più bravi, i più importanti;
noi che...l'ultimo che veniva scelto era sicuramente destinato ad andare in porta;
noi che...avevamo sempre un soprannome passibilmente infamante ma nessuno si offendeva;
noi che...chi arriva prima a dieci ha vinto;
noi che...mentre facevamo finta di non sentire il richiamo della mamma quando incombevano le tenebre,
c'era sempre qualcuno che diceva: "chi segna l'ultimo vince" incurante del punteggio che magari era in quel momento 32 a 1,
noi che...abbiamo vissuto con terrore l'epoca delle "Espadrillas" con le quali ai piedi non si poteva giocare a pallone;
noi che...se avevamo ai piedi le Adidas Tampico ci sentivamo piu' forti di Pelè;
noi che...invece avevamo ai piedi le Tepa Sport,
noi che...il pallone di cuoio sapevano come era fatto perché lo vedevamo in Tv esclusivamente ad esagoni bianchi e neri;
noi che...capivano il senso della seconda maglia quando in Tv bianco e nero mandavano le immagini del derby Milan-Inter
noi che...o il SUPER TELE (in mancanza d'altro) o l'ELITE (lo standard) o il TANGO DIRCEU se andava di lusso o nei giorni di festa
noi che... non potevamo sederci sul pallone altrimenti diventava ovale;
noi che...il proprietario del pallone giocava sempre anche se era una schiappa e non andava nemmeno in porta;
noi che...anche senza la traversa non avevamo bisogno della moviola per capire se era goal. "Goal o rigore" metteva sempre tutti d'accordo;
noi che...al terzo corner è rigore;
noi che..."rigore seguito da goal è goal" ;
noi che..."siete dispari posso giocare?" - "Eh non lo so, il pallone non è mio (nel caso in cui il pretendente fosse uno scarso)!";
noi che..."mi fate entrare?" - "Si basta che ne trovi un altro sennò siamo dispari";
noi che...riconoscevamo i calciatori anche se sulla maglietta non c'era scritto il nome;
noi che..."Una vita da mediano" (Oriali-Ligabue) era già una filosofia di vita;
noi che...il n° 1 era il portiere, il n°2 ed il n°3 i terzini destro e sinistro, il n° 4 il mediano di spinta, il n° 5 lo stopper, il n° 6 il libero,
il n° 7 l' ala destra, il n° 8 una mezzala , il n° 9 il centravanti, il n° 11 l'altra punta possibilmente mancina, il n° 10 la mezzala con la fascia di capitano perchè era inevitabilmente il piu' bravo;
noi che...perché un giocatore entrasse in nazionale doveva fare una trafila di 2/3 anni ad alto livello;
noi che...gli stranieri al massimo 2 per squadra e li conoscevamo tutti;
noi che...dormivamo con le figurine Panini sotto il cuscino ;
noi che...quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI ; il 2° mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF;
noi che...avevamo in simpatia Van de Korput per il nome e Bruscolotti perché sembrava più vecchio di nostro padre noi che...il calcio in Tv lo guardavamo solo la Domenica ed il Mercoledì;
noi che...il sabato mattina eravamo terribilmente stanchi perché la sera prima avevamo visto Cesare Cadeo dopo Premiatissima;
noi che...la Domenica alle 19,30 vedevamo un tempo di una partita di calcio;
noi che...vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna,Tonino Carino da Ascoli, Stroppa "riporto" da Bari o Lecce
noi che...la Stock di Trieste è lieta di presentarvi...papapà... papapà Ameri,scusa Ameri....clamoroso al Cibali" (che nella nostra fantasia era piu' famoso di Catania);
noi che..."tutta la squadra dell' Internazionale retrocede a protezione dei 16 m" (sempre Ciotti);
noi che...ci ricordiamo i festeggiamenti del n. 1.000 della Domenica Sportiva;
noi che...alla DS potevamo vedere i servizi della serie A, i goal della serie B, il Gran Premio, Tennis. Basket e la pallavolo senza doverci sorbire ore di chiacchiere per vedere 4 goal;
noi che...Galeazzi l'abbiamo visto magro;
noi che..."il piede proletario di Franco Baresi" (Beppe Viola);
noi che...andavamo all'amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo: "Dici a Maria se si vuole mettere con me?" Il giorno dopo tornava e la risposta era sempre la stessa: "Ha detto che ci deve pensare..."
noi che...Maria ancora ci stà pensando!
noi che...agli appuntamenti c'eravamo sempre tutti, anche senza telefonini;
noi che...oggi viviamo lontani, ma quando usciamo di casa e giriamo l'angolo speriamo sempre di incontrarci con il pallone in una busta di plastica.

Negli anni ottanta avevo in spalla l'inseparabile zaino Invicta, indossavo il Monclair e le Timberland e in TV guardavo "I ragazzi della terza C" e "McGyver". Né io né i miei coetanei, allora adolescenti, eravamo consapevoli di vivere l'ultima vera decade analogica, libera dall'inquinamento digitale che avrebbe rivoluzionato il "modo di crescere" dei ragazzi di oggi. Proprio come il protagonista di McGyver, Richard Dean Anderson, capace di costruire una bomba con pezzi di fortuna trovati in un ripostiglio, in quegli anni usavamo solamente mani e cervello.Si passavano le ore a costruire oggetti sempre nuovi con vecchi giochi come Lego e Meccano; si usava la fantasia con igiochi di ruolo alla Dungeon & Dragons; si scendeva in strada, sotto casa, alla ricerca di dribbling, tunnel e tiri al volo dopo aver visto in religioso silenzio l'ultimo episodio del cartone animato Holly e Benji, oppure dopo una partita infinita a Subbuteo. Di computer neanche l'ombra, o quasi. C'era il leggendario Commodore 64, è vero, ma era poco più di una sala giochi casalinga. E anche quì bisognava usare molta fantasia: videogames come Arkanoid o Space Invader sibasavano su una grafica rudimentale. Solo un grande sforzomentale permetteva di immaginarsi nello spazio, tra le stelle, a dare la caccia agli alieni. Oggi è tutto molto più comodo e scontato. Negli anni Ottanta sognavo di spostare gli oggetti con la mente come i Jedi di Star Wars, oggi basta un joystick per maneggiare la spada laser come Luke Skywalker. O per inseguire banditi e affrontare sparatorie in Miami Vice (videogame per Playstation portatile). Di "questi anni Ottanta", coma cantava Raf, resteranno insomma la magia del sogno e la forza dell'immaginazione. Io passavo le ore al telefono a gettoni vicino casa, fantasticando su cosa stesse facendo la ragazza all'altro capo del filo. Oggi basta un videofonino, oppure una webcam, e il mistero è subito svelato. Quando leggevo di un concerto straordinario tenuto dagli U2 chissà dove, in America, chiudevo gli occhi e "vedevo" Bono agitarsi sul palco. Quell'immagine autoprodotto restava lì, in un angolo della mia mente, fino a quando il gruppo non arrivava in Italia. Oggi i concerti finiscono su YouTube già il giorno dopo. I ragazzi conoscono le scalette, i bis, i colpi di scena degli show prima ancora di arrivare ai "cancelli". E le compilation su cassetta ve le ricordate? Con i titoli scritti a mano, le etichette la incollare, le dediche lasciate nella custodia, lo sguardo innammorato al momento della "consegna" ...Oggi il massimo del romanticismo (digitale) è: "Ti passo un Mp3 col Bluotooth", Cari ragazzi, cosa vi siete persi.

Fabio si e` recato in Cina in questi giorni di gennaio ed i Cinesi festeggiano il nuovo anno dedicato al maiale, essi ritengono che sara` un anno di prosperita`. Fabio mi ha raccontato per telefono i grandi festeggiamenti che si stanno svolgendo in Cina; io mi sono ricordato del piccolo festeggiamento che avveniva in ogni famiglia in cui si ammazzava il maiale a Villa Santa Maria. Quel giorno si celebrava con un pasto piu` ricco, nel quale, animelle di maiale, polmone e fegato, erani serviti in abbondanza, con l`aggiunta di patate e peperoni, il tutto cotto nel grande padellone, avvolto dalla fiamma viva sotto la cappa del camino. Sospendo per un momento i ricordi che questo animale ha lasciato impresso nella mia mente di fanciullo, per riprenderlo tra qualche rigo. Quando il sonno tarda ad arrivare, pensieri tristi cercano di prendere il possesso della mia mente e cavalcarla a tutto sprono, io, tento di liberarmene. Inserendo a forza, come in una strettoia in cui il corpo non riesce a passare , se non dopo svariate abrasoni sulla pelle, i ricordi della mia infanzia. Cosi`, ieri notte, dopo essermi liberato a fatica di quei pensieri molesti, nella mia mente e` subentrato il ricordo di una merenda che a volte mia madre preparava, merenda di rara squisitezza; una fetta di pane caldo tagliata da una pagnotta, e su di essa spalmata di ``sanguinacce``; questa vellutata e bruna delizia era impreziosita da qualche gariglio di noce che ne esaltava il sapore. Sangue di maiale, a questo ingrediente principale veniva aggiunto il ``Mostocotto`` ed una generosa spruzzata di ``Punch Jannamico``. Poi, a cottura lenta su fiamma viva, si continuava a mescolare, fino a che questo liquido prendeva spessore. Inoltre ``lu sanguinacce`` aveva la rara proprieta` di conservarsi a lungo, anche per mesi, senza additivi chimici. Qualche famiglia benestante, certamente non la mia, aggiungeva a ``lu sanguinacce`` pezzetti di cioccolata e frutta candita. Mia madre difendeva la sua ricetta, dicendo che l`altra era una solenne porcheria, ed aggiungeva; se io ho una cioccolata me la mangio e ne gusto il sapore, non la metto certamente nel `` sanguinacce``. Dalla carcassa del maiale non si buttava nulla, per fino le osse ben spolpate, le si faceva bollire insieme ai fagioli e questi prendevano l`ultimo sapore da quella bestia allevata amorevolmente per un anno. ``La zogna`` , quel grasso che copriva gli organi interni del maiale, veniva sciolto col calore del fuoco e versato nelle vescica dello stesso maiale; la vescica veniva gonfiata e assumeva la grandezza di un pallone, una volta essiccata era un ottimo contenitore. Le salsiccie di fegato, ben speziate e con giusta salatura, si distinguevano dalle altre per il colore scuro che assumevano; insieme ai prosciutti, al guanciale ed al lardo, arricchivano il soffitto delle vecchie cucine famose; una dispensa a vista, una goduria per chi guardava e le indispensabili proteine per tutta la famiglia; sale, pepe e peperoncino e con l`aggiunta di fumo che regurgitava dal camino, erano gli unici additivi per la conservazione di tutto quel ben di Dio; anche le setole di maiale, strappate dalla schiena, venivano usate per confezionare pannelli.
Adesso basta! L`ho presa alla larga per raccontare del mio paese e di un avvenimento frequente a Villa Santa Maria, il mese di gennaio di tanti anni fa

Dante Fantini

il 14/04/2007

Un articolo apparso sulla rivista " La Cucina Italiana " del giugno 1964.

Alleghiamo volentieri la foto, l'articolo ed i commenti che Sergio (figlio di Romano), ci ha inviato:

Nato a Roio vive attualmente Roma con la moglie e due figli.

Articolo su Tonino Coletta (Colafrsceut)

Dentro l'HHMI

Mentre i pasti in HHMI nascono, Santino Mastrangelo racconta la sua vita intorno ad una cucina.


Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /web/htdocs/www.roiodelsangro.com/home/components/com_k2/templates/default/user.php on line 260

Compleanni

Nessun compleanno oggi.

Ultime Notizie

Siti amici