Super User

Ciao, sono NIcolino Cese e mi occupo della manutenzione di questo sito.

AriaPulita

Pubblichiamo questa encomiabile iniziativa del nostro sindaco al quale suggeriamo di emetterne un'altra per chi sporca costantemente le strade comunali di olio perso dal motore.

Concerto di Natale

Roio del Sangro - Chiesa di S. Maria Maggiore
Vi proponiamo due piccoli filmati dei concerti che Don Settimio ci ha regalato durante le festività natalizie.

Roio del Sangro

Lunedi 30 Dicembre 2019

Quartetto D'archi Eiréne
Renato Marchese (violino)
Paola Ferella (violino)
Samuele Danese (viola) Donato Reggi (violoncello)
Donato Reggi (violoncello)
e
Manuela Formichella (soprano)

Roio Del Sangro

Domenica 29 Dicembre 2019

Coro di Quadr

Concerto di Natale

Locandina

Premiata SalumeriaItaliana

Un articolo sui cuochi di roio apparso sul n° 3-2018 della rivista "Premiata Salumeria Italiana"

Roio del Sangro, patria dei cuochi
Un mezzo busto di bronzo con inconfondibile toque blanche in testa, casacca doppiopetto e un’espressione bonaria e gioviale accoglie i visitatori alle porte di Roio del Sangro, in provincia di Chieti. Il Monumento al Cuoco ci segnala che questo piccolo borgo di neanche un centinaio di abitanti, in Abruzzo al confine con il Molise, ha una storia e tradizione singolari. Roio è infatti il “Paese dei Cuochi di Famiglia”, quei cuochi cioè emigrati in tutto il mondo e impiegati nelle case di ricchi borghesi e aristocratici e nelle cucine delle ambasciate. Sembra che questa vocazione sia nata a fine ‘600 quando i primi cuochi di Roio cominciarono a lavorare nelle cucine delle corti del Regno di Napoli. È certo, invece, che nell’Ottocento gli emigranti del paesino abruzzese andavano a cucinare nelle ricche case di nobili napoletani, romani, inglesi, russi e tedeschi. Erano cuochi di famiglia, una “specializzazione” che richiedeva un lungo periodo di formazione, anche una decina di anni. Il più delle volte accadeva che giovani di 13 o 14 anni d’età cominciassero a lavorare chiamati da un cuoco esperto, roianese anche lui, spesso un parente, e apprendessero tra pentole e fornelli il mestiere che li avrebbe introdotti in prestigiose dimore. Anche i vicini paesi di Villa Santa Maria, Giuliopoli, Rosello, Borrello hanno dato i natali a generazioni di cuochi “casalinghi”, ma con una particolarità: i cuochi di Roio del Sangro lavoravano solo nelle case dei nobili e nelle sedi diplomatiche; quelli di altri paesi sulle navi da crociera e nei grandi alberghi. Per decenni i cuochi del territorio hanno preparato manicaretti in tutto il mondo, eclettici esperti di cucina internazionale non meno che di quella italiana.
Nel ‘900 avrebbero servito oltre 400 famiglie nobili e case diplomatiche, come ha documentato Nicola Cese, oggi pensionato, in un database (www.roiodelsangro.com) pubblicato con i nomi e i soprannomi dei cuochi, le casate che sono state servite e i menu proposti in occasioni di cene importanti ed eventi internazionali.
«È successo però che con i tempi moderni e la decadenza delle famiglie nobili questa catena si è lentamente spezzata, per finire una decina di anni fa» sottolinea l’architetto Giuseppe Manzi, che sta approfondendo una ricerca su questa curiosa storia. «Attraverso i racconti e le testimonianze degli ultimi cuochi, ormai in pensione, si potrebbero ricostruire le abitudini e i gusti dei ceti alti del secolo scorso». A Roio del Sangro gli anziani che si ritrovano in piazza hanno tutti una loro esperienza da raccontare. Come Filippo Coletta, novantenne, che all’età di 13 anni fu mandato da assistente nelle cucine del principe Boncompagni. «Ma ero così basso che non potevo arrivare alle pentole — ci ha detto tempo fa il signor Coletta — però l’anno dopo mi richiamarono». Negli anni successivi lavorò per Edda Mussolini e altre famiglie. L’ultimo piatto cucinato nel 1985.
Esordio e carriera di tutto rispetto anche per Antonio Di Lucia che cominciò la sua attività con il principe Ruspoli a Roma, poi dai Torlonia fino a emigrare alle Bahamas, finendo a lavorare in diverse ambasciate. «Sono uno dei più giovani — scherza l’ottantenne — avendo finito nel 2005».
Giorgio Coletta aveva 11 anni quando andò a Roma per lavorare da assistente nelle cucine dei Cavalieri di Malta, poi continuò come cuoco all’Ambasciata olandese e al servizio del principe Furnari a Courmayeur.
Non ultimo Domenico Cese, 79 anni, di cui sette passati nelle cucine dello stilista Valentino, venti all’Ambasciata inglese, tre sullo yacht privato del conte Oscar Pasquini e poi in Libano. «Ben 44 anni di mestiere. Ma oggi sono tornato a Roio per reinventarmi allevatore e mugnaio».

Massimiliano Rella

IndecenzaFiscale

Ci piace riproporre in questa pagina un articolo di Massimo Gramellini apparso di recente sul Corriere della Sera

Mattarella ha ricordato a un gruppo di studenti che l’evasione fiscale è «indecente», dal momento che chi non paga le tasse utilizza a sbafo i servizi finanziati da chi le paga. Già il fatto che la dichiarazione presidenziale abbia furoreggiato sui siti e nei tg la dice lunga sulla rilevanza eccezionale rivestita ultimamente dal buonsenso. Che gli evasori se ne infischino di passare per indecenti è logico. Più bizzarra è l’acquiescenza dei tartassati. In un Paese dove ci si scaglia contro qualsiasi privilegio, l’evasore non è circondato da biasimo sociale. Mai vista una folla scendere in piazza brandendo cartelli contro i renitenti al fisco. Ci sono persone a reddito fisso che chiedono pene esemplari per chi ruba in casa, ma non sembrano minimamente toccate dal furto di risorse a scuole e ospedali.
Prima di dedurne che siamo un popolo di debosciati, bisogna riconoscere che le tasse sono troppo alte. Oltre un certo limite vengono vissute come un sopruso anche da chi le paga, spesso solo per l’impossibilità di fare altrimenti. Gli si potrebbe rispondere che sono così alte proprio perché molti non le pagano. Ma il discredito di cui gode lo Stato, alimentato dai comportamenti di amministrazioni pubbliche avide nel pretendere quanto parsimoniose nel restituire, lascia supporre che le tasse non diminuiranno mai in nessun caso. L’evasione è un mostro che si nutre di diffidenza. Se tanti italiani non hanno senso dello Stato è perché lo Stato continua a fare loro senso.

I GiovaniScappano

Ed eccoci ancora presenti in una nuova classifica di cui non essere fieri, è pur vero che i piccoli borghi si spopolano sempre di più, ma si notano anche molte iniziative per invertire questa tendenza.    GIOVANI FACCIAMO QUALCOSA

OspedaleClimatizzato

Un estratto dal libro " I PROGETTISTI E LA LUNA" di Domenico Galluppi - Edizione: Nuova Gutemberg

L’autista salì con fatica - lentamente forse a causa di devastanti reumatismi mai conclamati - i due scalini della corriera; poi si stravaccò (i frentani dicono: come fune fradicia), sul sedile di guida, braccia e testa penzoloni. Sfinito, chiuse gli occhi: doveva pur riprendersi dallo sforzo.
I passeggeri avevano già preso posto alla meglio su quello sgangherato mezzo di trasporto, ufficialmente “navetta” per il capoluogo e per pochi interessati ad andare a Roma.
Ognuno valutava, tra sé e sé, le reali capacità del meschino a girare la chiave di accensione e addirittura di partire.
I numerosi fumatori passeggiavano sul loro pezzo di marciapiede, ognuno a difesa della propria postazione, come peripatetiche in attesa di un potenziale cliente; aspiravano lentamente, senza alcuna fretta la loro ultima sigaretta.
A un osservatore poco attento davano l’impressione, nell’insieme, che stessero fumando, nella disperata solitudine che precede la morte, l’ultima sigaretta prima della fucilazione avanti al plotone di esecuzione. Un vecchio accigliato, in disparte, giocherellava meditativo con il suo sigaro; era indeciso se spegnerlo o buttarlo.
L’esuberante pilota tentò, fino a riuscirci, di introdurre la chiave d’accensione; tutt’altro sforzo fu girarla in senso orario e avviare il rumoroso e puzzolente motore. I tabagici, come i condannati guardano il dito sul grilletto del milite che sparerà loro, fissarono ipnotizzati la mano sinistra di Nuvolari, quella il cui dito indice era abilitato, se dio voleva, a premere il bottone di chiusura delle porte.
I precari e troppo speranzosi passeggeri, dalle loro postazioni, vagliarono positivamente e in tempo reale, che esistesse la remota possibilità di portare a termine gli obiettivi che li avevano spinti a salire su quel mezzo.
Contestualmente all’azione di girare la chiave il misero mosse anche l’altro braccio; le attente canne fumarie da marciapiede aspirarono, con un sensuale bacio, dalla loro sigaretta l’ultima tirata e buttarono via l’adorata cicca arroventata dalla loro erotica ingordigia e dal carnale vizio. Il vecchio dal toscano antico decise, dopo un lungo travaglio interiore, di soffocarlo sul palo di ferro che sosteneva il segnale stradale di fermata autobus; controllò con il dito indice che il braciere fosse realmente spento e con delicatezza lo introdusse in un taschino del vetusto gilet.
In perfetta fila indiana salirono tutti a bordo mentre il pilota, dopo una breve e intensa vibrazione muscolare, girò la chiave e premette il pulsante di chiusura porta.
Con un evidente sforzo mollò il freno a mano: prima, freccia.
Le gambe, forse più agili della parte restante del corpo o forse per istinto, in autonomia attivarono le manovre necessarie a spostare il mezzo: frizione e vai con l’acceleratore causa di sobbalzi, stridori strani e sbuffi neri. Il fetore della corriera venne coperta dal respiro puzzolente di tabacco degli ultimi passeggeri che, seduti, respiravano come pesci fuor d’acqua: già mancava loro l’adorato gusto e la gaiezza inebriante della catramina e della nicotina. L’immancabile logorroico infranse il cigolante silenzio che si impossessa di ogni mezzo pubblico appena si avvia.
Tanto per rompere il ghiaccio si rivolse agli sconosciuti vicini commentando le condizioni atmosferiche per sgusciare come un’anguilla, alla squadra cittadina e quindi, con una abilità da prestigiatore e senza logica alcuna, alla politica; metà passeggeri erano interessati, fumatori e non. Quattro donne sedevano due di fronte alle altre due, divise da un lercio tavolo che, qualche ventennio prima, un giulivo buontempone perditempo aveva spolverato en passant.
Forse stregate dagli scossoni della diligenza, le persone in generale e le donne in particolare riescono a raccontare verità impossibili da estorcere loro in una normale conversazione; spalancano candidamente la loro anima, come in confessione o come cozze dentro la padella bollente.
La più loquace volle raccontare le disavventure del figlio, laureato alla “Boccona” (sì, proprio così: Boccona): . Lei, la madre del maschietto arrapato, l’aveva già inquadrata e sconsigliata al figlio con le solite inutili parole: . Il marito della veggente, moribondo, aveva atteso invano una visita della nuora; il figliolo sprovveduto si recava spesso dal padre e in concomitanza, la apatica e antipatica dama preferiva andare in pizzeria con le amiche. dedusse, senza moderazione, la madre chioccia. Dopo aver dato a lei un nipote e al figlio un erede, la canaglia decise che era giunto il momento di separarsi pretendendo che il marito le concedesse (e l’ottenne) la casa in cui abitava con il neonato e un bel po’ di soldi, sborsati dalla narratrice per non mandare il figlio, laureato alla Boccona, a dormire in macchina (anch’essa della moglie) e a mangiare: . I grevi commenti delle astiose signore sollevarono (ne aveva proprio bisogno) il morale alla gongolante primadonna che abbraccio l’uditorio con uno sguardo materno e riconoscente.
In un perfetto e scolastico esempio di preterizione (1) espirò, carezzandosi la fronte quasi a volerla spremere: ; così non fu e rivelò con orgoglio, allo stupefatto e partecipe pubblico, che stava recandosi dal figlio per una settimana, quella in cui il bocconiano doveva accudire il figliolo-erede:. E così i selezionati passeggeri, partecipi della discussione - affratellati in una cerimonia catartica di purificazione o forse in un rituale esoterico che prescrive, di solito, il sacrificio di un capro espiatorio - all’unisono catalogarono la giuliva separata, senza giri di parole o metafore: prostituta. Una donnetta sin ad allora silenziosa, fu assalita da un rigurgito di creatività ed etichettò, senza appello, la infedele con un “gran puttanaccia”; i membri della setta arricciarono il naso perché l’espressione era troppo… volgare.
Costei imperterrita, per dare maggior forza al suo dire spregiudicato e anche per recuperare il tempo del silenzio ormai perso, concluse con una irriferibile pornografica apoteosi di perversioni, previsioni e commenti sulle donne moderne che: . All’unisono concordarono che non esistono più nemmeno gli uomini, i veri uomini di una volta: che, al momento (per loro) opportuno, distribuivano senza controllo schiaffi, cazzotti e calci; la pornografa concluse che le donne vanno trattate con . A seguire intervenne la intellettuale del gruppo con: ; parafrasava un vecchio proverbio abruzzese sostituendo arditamente “i figli” con moje”. Ormai i fumatori avevano saturato con il loro orrendo respiro ogni pertugio dell’abitacolo; il timore di tutti era che questo puzzo avesse dato spunto all’autista per fare una penichella alla guida: i suoi pensieri e azioni erano inpenetrabili a causa degli occhiali indossati, neri neri, più adatti a un videoleso. Il suo corpo assecondava i sobbalzi del mezzo e lo sterzo si muoveva, liberamente di conseguenza.
Un ronzio lo scrollò o svegliò; con difficoltà distolse la mano sinistra appollaiata sullo sterzo e con vera, raffinata classe, estrasse dalla elegantissima e un po’ lesa (è un eufemismo – lo dico per coloro privi di senso dell’umorismo) giacca di servizio, un cellulare il cui modello non è più ricercato nemmeno dai collezionisti ma forsennatamente dai musei.
< Ahoo! Chi è?> esclamò il docente universitario declassato ad autista
< Ahum! ‘Nzi capisc nu cazzh. Chi sì?>…….
< Ahum! cummare ‘Ntunietta, non prendevo la linea.
< Ahum! Dimmi commara>…
< Ahum! Ah! ?Ntonie ‘n’é riminuto innotte!?>…
< Ahum! Forzh ‘zhè durmite sopra l’apetta!>……
< Ahum! Ah, sta aesse l’apetta!>…..
< Ahum! Forze ‘zè ‘mbriacate e sta sotte a cacche fratt>……
< Ahum! Ah, tu pins ca ‘zà addurmite ‘nghi kella zoccole di cunateme?> ….
< Ahum! Ah! Li si vist a ‘ndrà!?!?>…….
< Ahum! Chella puttanaccia disgraziate!!! Frateme sta a lu Belge a schiattà lu sangh a la minihiere e sà vacca ‘zi fa ‘ngroppà da lu prime che i li cerch>…..
< Ahum! Eh che taja dice cummà? Cacche jurre chiame frateme e ja ricconte tutte e cuscì la finimme ‘nghi sta cummedie. Puttanaccia. Scrofa!!! Menu male ca chelle bonaneme dh mamme e tate ‘zhannh morte!!! Ahum! Non avessero supportate stù disunore>……
< Ahum! Ciao cummà, ci sintime uje, kandarivinghe!>.
Guardò nello specchietto interno e raccolse la muta partecipazione al suo dolore da parte di tutti i passeggeri. Qualcuno, “rattuso” seriale, indagò con discrezione per appurare il nome di questa donna così disponibile, di che paese fosse e senza alcuna malizia se, casualmente, qualcuno dei passeggeri a bordo avesse, sul proprio cellulare, il numero della fedifraga. Sfiduciato da tante miserie umane da lui ascoltate e trasportate, il fratello del cornuto accese una sigaretta senza filtro, alla faccia della imposizione VIETATO FUMARE e alla faccia dei passeggeri fumatori.
Con raffinata perizia riusciva a espirare da un piccolo varco aperto alla sinistra delle labbra serrate e con una lunga e collaudata tecnica, infilava alla perfezione le sottili spirali di fumo nel pertugio del finestrino aperto alla sua sinistra. Poiché la classe non è acqua, raccolse con due dita, dal polveroso cruscotto, una altrettanto impolverata caramellina alla menta che introdusse delicatamente in bocca. Illanguiditi dal rollio e dal frastuono, affratellati in questa estemporanea avventura di viaggio, ognuno confidava ai vicini i fatti propri e i veri motivi del viaggio.
Motivi per la maggior parte futili ma non per la intelletuale a bordo che chiese - rivelando in tal modo a tutti la cagione del suo viaggio - all’afflitto autista, di fare una fermata extra avanti all’ospedale “climatizzato”. Scese regalmente i tre scalini; raccolse e accolse gli auguri di tutti i passeggeri e in sovrappiù, anche quelli dell’autista che, con gli occhiali funerei sulla glabra fronte, era stato attratto improvvisamente dal lato b della signora che, vezzosa, lasciò intendere di apprezzare lo sguardo lascivo.
Nessuno, nonostante la ripetitività dei viaggi sempre per la stessa città, aveva avuto l’acutezza indispensabile o i titoli accademici necessari per leggere la scritta a caratteri giganteschi posta sul tetto dell’immenso nosocomio: OSPEDALE CLINICIZZATO Al capolinea, la stessa misteriosa casualità che li aveva affastellati dentro quel mezzo, impose ad ognuno di riporre furtivamente, nell’invisibile zaino della individualità, il pesante fardello dei propri pensieri abbandonati sì, per una manciata di ore, al libero pascolo ma intimamente valutati i più seri tra quelli, goffi e grotteschi, che vagavano sfrenati e affrancati tra i lerci sedili del mezzo. Si separarono l’un dagli altri come le navi si staccano dal porto e abbandonano la sicurezza della banchina.
Tirati fuori a forza dalla effimera bolla del tempo in cui erano immersi, ogni passeggero riprese il suo eterno solitario cammino, stanco portatore di celate passioni e angosce condivise in quel confessionale di gomma, vetro e metallo.
Ognuno alla ricerca del primigenio rifugio ove rintanarsi, celato tra le inesplorate e pericolose periferie dell’anima. Avevano condiviso, per centoventi minuti, l’equipollente esperienza metafisica (2) di astronauti forzati negli spazi angusti della stessa navicella, proiettati verso il medesimo obiettivo ma con motivazioni e fini diversi.
Sotto la pensilina, chi ne ebbe voglia, accese una sigaretta. Qualcuno tentò, inutilmente, l’ultima ed estrema investigazione per avere maggiori informazioni sulla cognata dell’autista che già sonnecchiava, seduto al posto di guida della corriera, ormai con il motore caldo ma spento. Il vecchio tirò fuori dal taschino del gilet il mozzicone di sigaro; un attento passeggero raccolse la sua silenziosa richiesta di fuoco: con un “prospero” glielo accese.
L’anziano uomo ringraziò, soffiò sul braciere, lo attizzò. Poi, lentamente, si allontanò.
(1) Per coloro che, come me, non hanno fatto il liceo; Preterizione: Figura retorica che consiste nell'affermare di non voler dire una cosa, proprio mentre la si dice.
(2) La metafisica (don Settimio perdonami!!!) è il tentativo di trovare e spiegare la struttura universale e oggettiva che si ipotizza nascosta dietro l'apparenza dei fenomeni.
Sorge l'interrogativo se una tale struttura, oltre a determinare la realtà, sia in grado di determinare il nostro stesso modo di conoscere, attraverso idee e concetti che trovano corrispondenza nella realtà; al di là, sopra, oltre.

Pascoli in Abruzzo

Per coloro che non sono riusciti a vederlo su RAI1 nella trasmissione Tv7 la scorsa settimana, riproponiamo questo stupendo documentario che rappresenta in ogni particolare citato la situazione che si è venuta a creare e continua a ripresentarsi sul nostro territorio ogni anno senza che nessuno se ne faccia carico in modo serio. Solo nella primavera del 2017 senza essere minimamente informati, e per un caso fortuito, ci si accorgeva che ben 103 ettari di terreni di privati cittadini erano stati occupati per essere utilizzati solo una volta l'anno, nel periodo del taglio del foraggio, per usufruire dei fondi comunitari (AGEA). A seguito di questi fatti nel mese di agosto dello stesso anno è stata fatta una denuncia controfirmata da diversi proprietari che ad oggi non hanno avuto nessun riscontro, ma come è possibile che a distanza di un anno: Procura della Repubblica, Questura, AGEA non se ne occupino con maggiore serietà, in fin dei conti i soldi elargiti sono di tutti noi. L'aspetto che preoccupa poi di questa storia sta nel fatto che anche i terreni comunali seguono la stessa sorte, vengono affittati a personaggi sconosciuti con contratti anche pluriennali (quando andrebbero fatti di anno in anno) che portano il bestiame solo per un paio di mesi al pascolo....al sol fine di giustificare la richiesta di contributi. Così facendo non si fa altro che impoverire il terreno e lasciarlo all'invasione di arbusti che ormai da qualche anno sono diventati alberi. Quanti di noi ricordano quando sui nostri terreni pascolavano le mucche di Argentino prima e del figlio Armando dopo, i pascoli erano sempre praticabili ed addirittura si riusciva ad andarci per funghi, non mancava mai poi che al nostro rientro per le vacanze come segno di gratitudine ci venisse consegnato qualche caciocavallo.
Ora erba alta dappertutto ed il bosco che avanza, ma questo è salvaguardare il territorio?

Reddito di Residenza attiva

Perché non riproporlo in abruzzo ed a Roio in particolare ?

11 Settembre 2019

Come ogni anno gli abitanti di Castiglione, Monteferrante e Roio si ritrovano sulla montagna per condividere in questa festività un po di buonumore ed allegria..

9 Giugno 2019

Werewolf Run

Si è tenuta anche quest'anno a Roio la bellissima manifestazione che ha coinvolto in più gare di resistenza, numerosi giovani provenianti da tutto l'abruzzo.


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