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E' uscito alle stampe il saggio sui Templari del nostro compaesano Prof. Alessio Coletta. Dopo un accenno sulla storia di questi cavalieri, dallanascita alla condanna, l'autore affronta il tema della loro presenza in Abruzzo ipotizzando anche una loro possibile presenza nel territorio del nostro paese. Hanno collaborato alla stesura del libro, con studi introduttivi, Settimio Luciano (il nostro parroco) e Claudio Palumbo, docente dell'Iistituto di teologia di Chieti.

Questioni sul medioevo e riflessioni sui templari (Con studi introduttivi di Settimio Luciano e Claudio Palumbo)

Il libro è in vendita da Don Settimio al prezzo di 20 €. e la spedizione può essere fatta a domicilio senza alcun aumento del prezzo di copertina. Chi fosse interessato può inviare un vaglia PT alla Parrocchia di Roio del Sangro, oppure un assegno (di c/c o circolare) non trasferibile, intestato sempre alla Parrocchia di Roio del Sangro. Gli utili vanno integralmente alla Parrocchia di Roio

Oasi incontaminata nel suggestivo ambiente della Valle del Sangro

In un periodo in cui tutto è digitale, computerizzato e automatico, mi è parso giusto riproporre, prima che sia veramente troppo tardi, il metodo costruttivo per la realizzazione di un plastico in gesso; anche questo fa parte della nostra storia. Quindi spiegando passo per passo come si costruisce una colonna, un capitello o una trabeazione, non mi parrà vero rivalutare (fino a rappresentare volutamente l'esagerazione) la figura del mio grande Maestro Pierino Di Carlo. Questo libro non è che il piedistallo del monumento che a lui dovrebbe essere dedicato, a Roio, il suo paese natale . Al busto ci penserà l'opinione pubblica.
Carlo Pavia

Tratto dal libro " ROMA ANTICA com'era "

Pubblichiamo un racconto del nuovo libro di Mimmo Galluppi  - Ihss Semm Njù - edito da Fuorilinea Scandagli di ben 244 pagine.


ihsssemmhnju

LA RELATIVITA’ del RAMARRO

La spada della giustizia non ha fodero. (Joseph de Maistre)

Intuiva di essere il più forte e il più bello di tutti quei miseri che si aggiravano, prede spaurite o cacciatori determinati, sul territorio che necessitava di un principe o di un re.

La Natura aveva deciso che lui era il più vocato e dotato, sia per lo splendido fisico che per la fulgida e pronta intelligenza; doni che lo tenevano all’erta per interpretare i segnali di pericolo per la sua vita o attentati per destabilizzarlo.

Ah, dimenticavo: sto parlando di un ramarro, sì, la lucertide che è un po’ più grande della lucertola e molto più piccola di un serpente.

Aveva sviluppato un fisico perfetto; curava con amore le squamette luccicanti al sole, predisposte per catturare il più flebile raggio di calore dall’inizio della giornata, quando gli insetti e gli animaletti sono ancora intirizziti dal freddo della brina e dall’umidità della notte.

Possedeva un invidiabile vantaggio competitivo che consentiva al nostro fustacchione di essere il primo, ogni mattina, a riprendere le funzioni assopite dal freddo e dal buio.

Con facilità cacciava insetti lenti e poco reattivi; faceva scorpacciate mattutine che irrobustivano il suo possente fisico.

Era il re e quindi, come tutti i regnanti, prelevava a man bassa tutto ciò che di commestibile capitasse a tiro, senza esagerati sforzi.

Quando necessario, mimetizzato alla perfezione, tendeva agguati a qualsiasi animaletto assegnato, dalla Natura, al suo menù.

Lucertole, piccoli ramarri, grilli e tutti gli insetti erano ben graditi dal suo capiente e muscoloso stomaco.

Aveva una predilezione per le api colme di nettare che addolcivano la sua vorace gola; stava ben attento a ingoiarle dalla parte della testa per evitare di essere punto.

Allorquando iniziavano a dischiudersi le piccole uova di lucertole, impazziva di gioia per quei bocconcini tenerissimi.

All’inizio della primavera, con astuzia, intercettava e interpretava i voli degli uccellini per localizzare i loro nidi e aggiornava la sua mappa del territorio e delle prede.

Con periodicità presidiava le postazioni, gli alberi, i rami e gli arbusti memorizzati, incurante delle coppie di uccelli che tentavano di distrarlo, senza successo, con la simulazione di ferite e con il loro voli radenti o disturbarlo nella ricerca delle uova appena depositate.

Indifferente agli squittii e alle beccate, si abbuffava di uova fresche e piene di sostanze necessarie alla sua sopravvivenza.

Prestava molta attenzione ai segnali di allarme degli altri animali; aveva imparato a riconoscerli e si appiattiva, invisibile, tra l’erba alta quando il segnale allertava della presenza in cielo di qualche rapace che sorvolava, con arroganza e indisturbato, il suo territorio senza potergli opporre la minima resistenza; si sentiva offeso per la violazione delle proprietà; classico esempio di lesa maestà.

Restava immobile senza alzare gli occhi al cielo; la Natura gli aveva insegnato che qualsiasi variazione sul territorio o un riflesso avrebbero attratto l’attenzione del predatore, con conseguente cattura.

Sentiva le urla delle lucertole, dei topi, dei ramarri e dei serpenti che, distratti da altri interessi, erano stati infilzati dalle unghie del mostro che li macellava già in volo per offrirli subito in pasto alla nidiata.

Lo straziavano quelle grida di dolore di corpi sfondati e squarciati da unghiate, finché il razziatore assestava il colpo di grazia, staccando, quasi per intero, la testa al malcapitato.

Altre volte la presa del predatore avveniva in zona coda o in una parte del corpo lontana dalla testa; allora le urla di dolore diventavano insopportabili poiché l’uccello, per non sbilanciare il volo in ascesa, non dava il colpo di grazia e trasportata la preda nel nido, iniziava a smembrarla, ancora viva, per selezionare prelibati bocconi.

Il nostro re intuiva che, finché i suoi sensi lo avessero assistito, non avrebbe mai fatto quella fine atroce e con questa sicumera riprendeva il suo giro di caccia, compiacendosi della sua forza e nobile bellezza.

Da vero principe, satollo e con il ventre rigonfio, concedeva la grazia a qualche suo suddito che scovava sul suo percorso.

Quelle vittime salvate gli avrebbero portato, ne era certo, oltre al dovuto rispetto, tanta riconoscenza per la sua magnanimità.

Il piccolo volpacchiotto, appena svezzato, si aggirava tra l’erba alta attratto da odori a lui ignoti; annusava a destra e a manca, incantato da ciò che i suoi occhi vedevano e il suo naso percepiva nell’aria; tutto era misterioso, inebriante e degno di attenzione.

Posò una zampa dalla pianta morbida e pelosa su un bellissimo animale, verde e muscoloso, che sotto questa pressione si dimenava appiattito sul terreno, e le quattro zampe remavano freneticamente senza riuscire a liberarlo da quel peso enorme.

IL volpacchiotto, un po’ divertito e forse per gioco, avvicinò il muso sul ramarro e percepì un buon odore di cibo.

Con un morso leggero gli staccò la testa, la mangiò e capì che poteva continuare il tenero pasto, il primo della sua vita.

Si divertì al movimento ondulatorio della coda che, prima di essere divorata, continuava a fargli solletico sul tartufo umido.

Memorizzò quegli odori e quei sapori, buoni non come il latte di poppata che ultimamente la madre gli negava, ma comunque da riprovare presto, appena la fame si fosse fatta sentire di nuovo.

Poi, senza generare alcun rumore, si accucciò sotto un cespuglio per proteggersi dalla acuta vista dei grandi e famelici rapaci; restò immobile, in attesa dell’imperioso e silente richiamo della madre.

Il sole illuminò gli ultimi intensi minuti del giorno e si ritirò lento e imponente, dietro i monti, a conclusione di una estenuante giornata.

Spuntano le stelle

ad una ad una come bianchi fiori

nell’oscuro giardino della notte.

(Corrado Govoni)

 

La Natura si divertì a giocare con la pareidolia; una grande nuvola rossastra e bianca si sollevò dalla umida pianura; salì verso il cielo e accarezzò sinuosa, con la voluttà felina di una gatta alla ricerca di coccole, i fianchi della collina lussureggiante.

Prese le fattezze di un mostruoso tacchino preistorico; si accovacciò e poi si rizzò sulle gambe; prima di involarsi verso il cielo depose, in una profonda insenatura posta tra due colline, un gigantesco uovo bianco e diafano: la luna, con la sua luce anemica, senza ombre; maestosa e algida illuminò il fiume, i prati, i boschi e la pianura.

La Natura, ligia alle sue eterne leggi, dispose acché tutti gli esseri diurni, assonnati e sfiniti, si rintanassero e le piante iniziassero i loro processi depurativi.

Gli animali notturni, in virtù delle stesse leggi del Creato, iniziarono una nuova notte: preda e cacciatore.

Nessuno notò l’assenza del re, né in quel giorno né in quelli a venire.

Il giorno 21 agosto 2014 nella sala consiliare del Comune di Roio è stato presentato il libro "IN TERRA DI RODII" ,all'evento oltre al Dott. Lucio Cuomo autore dei testi e delle ricerche ha partecipato il Dott. Emiliano Giancristofaro della


"Rivista Abruzzese", il Sindaco Dott. Sabatino Ramondelli e il parroco Don Settimio Luciani.

Il libro ripercorre negli anni gli eventi che si sono succeduti ricreando uno spaccato di come dovevano essere il paese, i suoi abitanti, le chiese e il territorio.

Il libro è acquistabile rivolgendosi al comune al prezzo di €. 15,00 oltre le spese di spedizione.

 

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