La signora Maria aprì a libretto le persiane: filtrò un raggio pieno di pulviscolo dorato che andò a illuminare uno spicchio di legno scuro del grande letto ottocento italiano e poi, dopo un angolo acuto, disegnò una striscia di luce bicolore sul pavimento a mattonelle ottagonali rosso scuro e ocra. Il vecchio dal letto diede un'occhiata di sbieco. La signora si accomiatò in breve, alquanto brusca: "Ora devo andare, ma fra poco arriva suo nipote: non si preoccupi, non starà solo per molto". "Meglio solo, molto meglio!" bofonchiò fra le lenzuola. Sentì ancora un certo tramestìo di là, nello stanzino, poi la porta che sbatteva. La solitudine. Quella solitudine a cui era avvezzo, che si era orgogliosamente conquistata cacciando di casa, tanti anni addietro, la moglie. "Quella è la porta!" le aveva detto, senza un'altra parola, senza uno sguardo, senza un tentennamento o un tremolìo nella voce. Lo raccontava con una punta di orgoglio. Perché poi lo avesse fatto, di quale colpa si fosse macchiata quella donna, nessuno se ne ricordava. Chissà se, dopo tanto tempo, lo sapeva più anche lui, Achille. Aveva continuato a vivere la propria vita da distinto signore d'altri tempi, con la tuba, in pieni anni cinquanta, l'abito scuro con le bretelle, la marsina, i sigari toscani sempre nella tasca. Era nato negli ultimi anni del secolo scorso. A vent'anni aveva fatto la guerra in Libia, poi la Grande Guerra; per la seconda era ormai troppo vecchio. C'era stato però un momento nella sua vita, dacché era rimasto solo, che aveva vissuto in modo diverso, c'era stato un intervallo. Aveva accolto da lui il nipote, rimasto senza casa poco dopo la fine della guerra, il figlio del fratello che viveva sui monti dell'abbruzzo natìo. Amava suo fratello, anche se non lo dimostrava con esteriori affettuosità, come era nella sua natura scabra, dura, e quello, fra i suoi figli, era il preferito. Dunque lo aveva accettato in casa, in cambio di una piccola somma mensile, lui, la moglie e la figlioletta di quattro anni. Lui che non aveva bambini, che non li aveva mai amati, attraverso quella consuetudine giornaliera si trovò ad affezionarsi quasi morbosamente alla piccola. La mattina i genitori uscivano per il lavoro, e loro due restavano soli. Se la portava con sé, piano piano, fino all'edificio della Stazione Termini, giù in fondo alla via Giolitti, dove abitavano. La teneva per la manina, lui alto, grosso, e lei così piccolina, dipendente in tutto da lui. Le parlava, le raccontava tante cose, lui che non aveva mai parlato per lunghissime giornate, per tanti anni con nessuno. Le parlava delle mule in guerra, i migliori amici dei soldati, dei vecchi films di Charlie Chaplin: passando davanti all'Ambra Jovinelli ricordava la sua giovinezza, evocava le luci, le ballerine, i numeri di varietà, e la piccola stava incantata ad ascoltare e nella sua mente la fanciulla povera raccolta da Charlot per la strada si confondeva con le ballerine svolazzanti sotto i riflettori. La bimba aveva imparato presto ad approfittare del buon vecchio. L'assillava perché era stanca, e lui a tirare con pazienza per arrivare fino al tabaccaio della stazione, dove avrebbe trovato i suoi sigari toscani. Le prometteva per il pomeriggio la pastarella alla torrefazione Aureli, in via Quattro Fontane, dove lui andava a sorbirsi il caffè. Qualche volta la portava dallo zio Vincenzo, che era il maggiordomo di Palazzo Zuccari, sopra la scalinata dii Trinità dei Monti. Sembrava un vecchio lord inglese, lo zio Vincenzo, in marsina e ghette, raffinatissimo. Danielina si annoiava parecchio in quelle visite, e le faceva scontare al povero zio Achille con capricci e regalini. Quand'era la mattina dell'Epifania, sul tavolo della cucina del piano rialzato dell’appartamento di via Giolitti dove abitavano, apparecchiato per la visita notturna della buona vecchina, insieme ai mille giocattoli per la bimba, c'era sempre anche la scatola dorata dei suoi Toscani, o il lungo involto che nascondeva - si fa per dire - un bastone nuovo col manico di osso o la testa d'animale d'argento. Quando Diana aveva cominciato a frequentare la scuola elementare, il vecchio burbero aveva perduto molto. Allora cercava di trovare impegni gradevoli per il pomeriggio, in cui coinvolgere la sua Cosetta, come gli piaceva chiamarla. Le aveva fatto vedere in un grosso volume dei Miserabili un'illustrazione dove veramente la piccola Cosetta e il grande Valjean con tuba e bastone, mano nella mano sulla spalletta della Senna, sembravano loro due. A primavera poi c'era il rito del Concorso Ippico Internazionale. Allora, elegantissimi, la piccola con l'abitino inamidato e il cappellino di paglia o di cotone a falde larghe, col fiocco di lato, passavano prima da Fassi a piazza Fiume, per sorbire una Caterinetta nel bel giardino interno, seduti ai tavoli di ferro battuuto, poi si recavano a piazza di Siena, in mezzo al verde smeraldino macchiato dal bianco e rosso degli ostacoli, con la pioggia che immancabilmente faceva la sua fugace apparizione. Lo zio Achille, quando l'altoparlante annunciava i cavalieri, spiegava a Diana chi erano, le indicava i cavalli, bai, storni, afgani, inglesi: spiegava le differenze, insegnava alla nipotina le caratteristiche dei diversi purosangue e delle varie scuole. Poi iniziava il percorso, nel silenzio più assoluto, scandito dal galoppo dei cavalli, il salto, a volte l'asta di legno che cadeva, o il rumore della zampa del cavallo nell'acqua. Il Concorso Ippico Internazionale sarebbe sempre rimasto, per Diana, legato allo zio, alla sua vita con lui, e non ci era più tornata, dopo che era andata via da quella casa, nonostante allora fosse per lei un appuntamento immancabile e bellissimo. Ora Diana era cresciuta. Era andata via ormai da quasi vent'anni, le appassite che il vecchio si portava quando tornava dall'abbruzzo potevano rimanere tranquillamente appese nello stanzino integre, senza che nessun "topino" andasse a mordere di nascosto le "orecchiette". Come fingeva di adirarsi, allora! e come era triste e deluso di trovarle integre, ora! Si era fidanzata, e lui accoglieva sempre in casa con affetto e simpatia il suo compagno, nelle loro visite non frequentissime ma con cadenze certe. Si era poi sposata e lui era andato al loro matrimonio, con fatica, ormai stanco. Era stanco di una vita tanto lunga, tanto vuota. Gliel'aveva detto lo scorso Natale, quando erano andati per fargli gli auguri, che era stanco. Era stato poco bene, e loro due gli avevano chiesto premurosamente come andava. "Come volete che vada, oramai non ho più nulla da fare in questo mondo, aspetto solo di andarmene". Quando poi, dopo l'Epifania, Diana gli aveva detto di aspettare un figlio, lui era rimasto colpito. Non sapeva se essere contento o dispiaciuto. "Come, proprio adesso? Adesso che finalmente me ne potevo andare in pace, senza rimpianti, adesso ho un nuovo motivo di rimpianto, quello di non vedere questa creatura. Mi dai un motivo inaspettato per cui vorrei vivere ancora, quel tanto che basta a vederla". Lei aveva celiato: fra poco l'avrebbe vista, non doveva preoccuparsi, per l'estate il bimbo sarebbe nato e lui l'avrebbe visto. Ora tirava disperatamente il fiato: non ce l'avrebbe fatta, era agli sgoccioli. Poteva essere? proprio ora? Entrò Alfio, silenziosamente. "Come va zio, dormi?" "No, riposavo". Il pomeriggio era caldo, quasi estivo. Era aprile, la settimana della Passione, mancava poco alla Pasqua. Diana doveva venire a trovarlo, col pancione. Proprio quella mattina - la prima delle vacanze - aveva detto a Francesco che voleva andare, era preoccupata. "Andremo fra tre giorni, non morirà proprio adesso, non ti preoccupare", le aveva detto Francesco. "Preparo un po' di caffè, così ne prendi un goccio anche tu". Alfio aveva proprio bisogno di un caffè. Era uscito presto di casa, aveva preso due autobus per andare fin là. D'altronde non poteva lasciarlo solo. Dopo i quattro anni vissuti nella sua casa, se n'era andato alquanto bruscamente: era stato proprio lo zio a metterlo alla porta, dopo aver preso in disparte Diana per dichiararle tutto il suo affetto intatto. C'erano dei motivi, cercò di spiegare alla bambina frastornata, la vita aveva le sue leggi inesorabili. Ma lei doveva tenere bene a mente che era il suo unico affetto, il suo unico pensiero, il suo unico punto di riferimento. Le aveva anche detto, in quell’occasione, che pensava di lasciare l’appartamento, quando fosse venuto a mancare, ai nipoti di Roio, perché c’era “quella disgraziata, Marsilia”, aveva detto proprio così, e lo faceva per lei. Era d’accordo, non le dispiaceva? Diana aveva poco più di otto anni, ma era abbastanza matura. Gli disse che no, non le dispiaceva, e difatti mai più nel corso degli anni ripensò a quella cosa con rancore: l’aveva trrovata subito normale, e così poi sempre l’aveva considerata. Ora, nel momento estremo del bisogno, egli aveva potuto conoscere suo nipote, e ancor più sua moglie, la mamma di Diana, sotto una luce nuova, inaspettata: disponibili, pronti al sacrificio, nonostante i precedenti. Gliel'aveva detto, lui che era sempre così orso, con affetto, quasi con commozione. "No, grazie, magari lo prenderei fra un po'. Ora mi andrebbe un po' di ricotta. Potresti scendere a vedere se ne trovi, per favore?". Alfio andò. Scese i pochi gradini del portoncino, si trovò sulla strada assolata: un trenino azzurro, di quelli che vanno a Cinecittà, sferragliò rumorosamente sui binari. Alfio pensò che erano vent'anni che quei binari dovevano essere rimossi, ed erano ancora lì, e ad ogni passaggio di un treno tremavano i vetri, sembrava ci fosse una scossa di terremoto. Pensò che era stata una fortuna essere dovuti andar via da quella casa, era stato lo stimolo per riuscire ad acquistare un appartamento di proprietà, con sacrificio ma con soddisfazione, giù verso l'EUR. Fece i pochi passi fino al negozietto di alimentari, scese tre o quattro gradini e si trovò dentro. Fu avvolto dal fresco piacevole del seminterrato. Si fece incartare un etto di ricotta, pensando che era un buon segno che lo zio avesse fame. Risalì sulla strada, infilò il portone. Aperta la porta di casa disse allo zio che aveva trovato la ricotta. "Ecco, che faccio, te la metto in un piattino?". Si affacciò sulla porta della stanza per sentire la risposta. Il vecchio era appoggiato sui guanciali, il viso verso la finestra semiaperta, gli occhi sbarrati a vedere tutti gli anni che sarebbero venuti, tutti quelli che erano passati. 

Diana Cavorso 

19/10/2008

“puzza fa du quintale”

 Le macerie delle case distrutte dalla follia umana offrivano ottimi nascondigli a noi bambini; conoscevamo alla perfezione ogni pietra, avvallamento, muretto, trabocchetto. Qualcuno di noi è stato fin troppo curioso da raccogliere le perfide penne- bomba, munizioni inesplose, spolette abbandonate... cedendo dolorosamente, a questi oggetti d’odio, il proprio tributo permanente; ma questa è un’altra storia. Sapevamo che la luna piena del mese di marzo preannunciava l’arrivo de lu sanapurcielle: cerusico, stregone, filosofo; alto, lugubre con addosso, indelebile, un odore di muschio, tabacco, vino, sudore. Tutto ciò che possedeva lo portava con sé in un grande zaino militare dentro cui, sicuramente, conservava tracce di ricordi, di amori,patimenti. Arrivava e scompariva, sfuggendo sempre al nostro costante presidio del territorio; non riuscivamo a capire da dove entrasse ed uscisse dal paese. Noi sapevamo, oltre ogni certezza, che era amico dei “mazz’marielli”, spiritelli nevrotici ed invidiosi (a tutti invisibili ma non a noi bambini), abitanti delle grotte che circondavano e circondano il paese. Era con il loro aiuto che appariva e scompariva e che poteva esercitare con fierezza la sua arte: castrare. Seguivamo, anzi inseguivamo il banditore (ma anche messo comunale, guardiano del cimitero, spazzino, pensatore e, all’occorrenza, ‘mmasciatore) nei suoi giri di avviso. Ricordo che aveva tante coppole di diversi colori; le cambiava in funzione del ruolo che ricopriva e noi sapevamo, in qualsiasi momento, quale delle tante incombenze stava assolvendo. In mano il piccolo corno d’ottone riprodotto, in latta, anche sulla visiera della coppola d’ordinanza; l’offesa più grande era toccargliela!!! Quando sudava se la toglieva; asciugava, con un fazzoletto a quadri rossi e gialli, prima il bordo interno della coppola e quindi la fronte; si rimirava in uno specchio immaginario e se la infilava, con cura e lentamente, sul cranio pelato, come se avesse ancora un grande cespuglio di capelli. Prima il davanti, poi incalcava il bordo posteriore e quindi rialzava la visiera con decisione, continuando a carezzare le tempie affinché nemmeno un capello restasse fuori posto: era convinto di averne, di capelli. Girava per le viuzze del paese e le misere contrade, annunciando con un monotòno: peperepeeee è arrivate... pausa... lu sanapurcielle...pausa... sta alla funtana...pausa, pausa lunga... zinarrivà massera...pausa...’nche lu scure, peperepeeee... < Mo ‘i zi ni esce l’anime!!! > biascicavano i vecchi seduti avanti gli usci delle case, sbuffando fumo e saliva dalle lunghe e casalinghe pipe di canna e braciere in terracotta rossa. Le donne nella cui casa regnava la fortuna di avere un maiale, rabbrividivano al pensiero dell’operazione, necessaria a farlo ingrassare maggiormente ed ottenere una carne più tenera e saporita; il maiale doveva essere “sanato”. Lu sanapurcielle aveva pochi ma funzionali attrezzi per castrare i maschi di maiale con facilità; con qualche difficoltà le ovaie (interne) delle maiale. Affilava i suoi attrezzi, sconosciuti a tutti e che nessuno osava guardare; li sfregava con maestrìa e abilità, l’un contro l’altro, producendo un suono, scffffsss scffffsss, che preannunciava dolore e sangue; li maneggiava come un giocoliere, ne controllava il filo in controluce, li adattava alle sue enormi mani e velocemente tagliava l’aria come un esperto spadaccino; di nuovo scffffsss scffffsss finché la sua arte ne valutava la perfezione. Con precisione e “professionalità”, nell’assoluto silenzio delle astanti (anche l’acqua della fontana faceva meno rumore nella caduta dentro gli abbeveratoi), iniziava il suo lavoro mentre le proprietarie (solo le donne assistevano a queste operazioni) giravano la testa per non vedere. Le femmine di maiale subivano l’amputazione più dolorosa; il bisturi entrava nella carne alla ricerca delle ovaie, velocemente e con decisione asportate; le donne presenti inalavano aria, senza espellerla, sino alla fine dell’operazione; il sangue e le urla della maiala coprivano le loro mute preghiere: “sentivano” il coltello entrare nelle loro carni. Eventuali ritardi nell’individuazione ed asportazione delle ovaie, dopo aver infilato l’attrezzo nella carne, avrebbero causato la morte della povera bestia, le cui urla strazianti lasciavano del tutto indifferente lu sanapurcielle. Infine spalmava d’olio d’oliva la ferita per disinfettarla o forse celebrava un rito esoterico che nessuno capiva; prendeva il maiale per la coda, l’alzava e finalmente parlava, con voce cavernosa: puzza fa du’ quintale!!! (ti auguro di pesare due quintali). Noi bambini, timorosi di questo forestiero così rispettato da tutti e amico delle forze delle caverne, ci nascondevamo dietro le macerie, nostro territorio di giochi e assistevamo, bocca, occhi ed orecchie spalancati, a questo orrendo spettacolo, che cercavamo di dimenticare girovagando per le campagne alla ricerca di melucce, perucci e fichere pizzent’ rimasti sugli alberi, intirizziti come noi dal freddo e dalle urla dei porci che, per ore, ci rintronavano dentro. Questo è uno dei tanti mestieri del passato, che nessuno pratica più; il maiale oggi deve essere magro, senza un filo di grasso, ben nutrito, curato; praticamente un porco allegro. 

Mimmo Galluppi 

 28/01/2009

Ricordi di una Vita

Racconti di Cese Amedeo raccolti dal figlio Nicolino

Nelle foto sopra: Pasqualino di Carlo, Cese Amedeo e Coletta Flaminio.

Avevo solo due anni quando persi la mamma, e fino all’età di dodici restai a Schiavi D’Abruzzo (Contrada Valli). Al mattino andavo a scuola ma un po’ per la voglia che mancava un po’ per la cattiva alimentazione il profitto era alquanto scarso, il pomeriggio invece bisognava andare in campagna a lavorare, si trattava di sarchiare le patate, mietere il grano accudire gli animali. A dodici anni mi trasferii a Roio chiamato da mio fratello Amerigo che mi aveva preceduto già da qualche anno; presi servizio presso la famiglia di Di Carlo Pasqualino e zà Rosetta.
L’abitazione di Pasqualino era sotto quella di Nicola Colafrusciut, fui alloggiato nella casa di fronte (quella attuale di Ornella Ara Ara) lo stipendio mensile era di Lire 100 oltre il vitto e l’alloggio, somma che alla fine del mese Pasqualino mi versava su un libretto postale. Durante il giorno bisognava accudire le pecore portandole al pascolo e provvedere ad altre mansioni tipo il taglio e la raccolta del foraggio. Il pranzo in genere era preparato da zà Rosetta e consisteva di solito in pane con companatico di formaggio o salsicce, a volte una frittata. La sera invece la cena era più sostanziosa, tagliariell e fasciuol, pasta e fasciuol, pasta e patate, di carne neanche l’ombra. Durante l’inverno dopo la cena spesso per arrotondare lo stipendio s’impagliavano le sedie, mentre nel periodo estivo bisognava condurre i cavalli al pascolo, durante la notte ci si addormentava per terra sulle pelli ( di pecora o mucca ) fino al mattino. Nel mese di maggio le pecore venivano condotte a “lu Pulaj” dove veniva fatto loro il bagno (le pecore venivano condotte dentro un “chiatron “ d’acqua dove per essere sicuri che la lana fosse pulita venivano fatte immergere per tre volte, bastava buttarne una che le altre la seguivano. Tre giorni dopo quando la lana era asciutta, venivano tosate e la lana ricavata veniva messa nei sacchi per poi essere venduta a Castiglione o ad Agnone quando c’era la fiera. Le pecore iniziavano a partorire durante il mese di aprile e gli agnelli maschi venivano venduti verso fine maggio le femmine invece, che dovevano essere allevate, venivano prima separate dalle mamme e poi condotte al pascolo. Le mamme potevano a questo punto essere munte per farne il formaggio (da giugno a settembre). Il 10 di novembre, i montoni venivano portati tra le pecore dopo, le pecore vecchie venivano vendute e sostituite con le giovani. Durante l’autunno, dal mese di ottobre, le pecore gravide restavano a Roio dentro le stalle dove avrebbero poi partorito mentre quelle sterili ed i montoni venivano trasferite alle vigne, durante il giorno venivano pascolate mentre la notte venivano rimesse dentro le casette (piccole abitazioni in pietra che in quel periodo erano state edificate in quasi tutti i poderi ), qui’ anche noi dormivamo su giacigli fatti di bastoni e canne. Durante la notte si andava nelle vigne dei possidenti di Villa S. Maria per prendere qualche grappolo d’uva per alleviare la fame, raramente arrivava da Roio qualche pagnotta di pane. Al mattino presto quando era ancora buio ci si trasferiva dalle vigne alla favugliett (località sulla montagna, sopra la grotta dei briganti) ed alla sera si faceva il percorso inverso. Quando la guerra era quasi al termine, i tedeschi distrussero quasi tutto, a Roio, mettevano bombe in case alterne cosi’ da distruggerle tutte, ricordo il giorno della distruzione, mi trovavo alla grotta dei briganti, era una giornata bellissima quando insieme a Flaminio assistemmo alla distruzione di quasi tutte le case di Roio. Dopo non potendo più restare a Roio per la situazione che si era venuta a creare io ed Amerigo ci trasferimmo alle Puglie ( a San Severo) dove restammo per sei mesi e questo per due anni consecutivi 1944 – 45, qui affittavamo una cascina per pascolare le pecore. Mentre andavamo incontrammo Liberato (il padre di Peppe ) che, non sapendo cosa fare si aggregò con noi, si occupò arrivati a destinazione di accudire i due buoi di Pasqualino, ricordo che durante il giorno tale era il caldo che Liberato si toglieva le scarpe e le infilava sulle corna dei buoi, la sera per raccimolare qualcosa da mangiare, Americo e Liberato andavano con accetta e sacco nei campi di finocchi , dopo i finocchi si passava alle fave, Liberato strisciava pancia in giu sui campi per non farsi vedere, questo per un mese; l’anno dopo ritornai con Amerigo e Domenico Cupplitt, la situazione era notevolvente migliorata, trovavamo facilmente cibo per mangiare. Dopo i primi anni in cui pascolavamo le pecore di proprietà di Pasqualino, io e Amerigo incominciammo a crearci un nostro gregge, successivamente Pasqualino uscì da questa attività mentre noi continuammo in proprio Nel 1944 Filippo (il figlio di Pasqualino) propose a me e Amerigo di fare una società per la conduzione di 2000 capi di pecore, Filippo avrebbe comprato le pecore e noi avremmo messo il lavoro, il ricavato sarebbe stato diviso in parti uguali, purtroppo non se ne fece niente perché non fu possibile trovare il terreno per i capannoni. Nel 1947 –48 con un po ri risparmi accumulati ed un contributo dello stato riuscii ad acquistare un locale distrutto durante la guerra di proprietà di Adele Vigilante, e cominciai a ricostruirlo, successivamente comprai un altro locale alla fundicella anch’esso distrutto durante la guerra e ne feci una seconda abitazione.

Cese Amedeo 

Racconti

Il padre di Cocciarusc ( Miccaiell )

Parlando in piazza con alcuni amici faceva capire che alle vigne aveva dei meloni quasi giunti a maturazione cosi’ gradi ma cosi’ grandi che potevano pesare 10 Kg. Amedeo, Giovanni (lu puchrar), Amerigo ed Elvio che ascoltavano, decisero che durante la notte sarebbero andati alla vigna di Miccaiel per prenderli, e cosi’ fecero. Era notte quando presero i meloni per portarli a Roio, ma quando le prime luci dell’alba illuminarono i cocomeri , videro che si trattava solo di cocuzze, si accorsero così di essere stati presi in giro.

Mariannina Lemme

Alle vigne aveva un campo di fave tenere. il solito gruppo d’amici decise quindi di andarci, Elvio disse agli altri di portare una sacchetta, giunti sul campo tutti incominciarono a cogliere, il sacco venne riempito ed Elvio che fin li aveva solo mangiato fu costretto dagli altri a caricarselo sulle spalle per portarlo a Roio, dopo qualche metro però aveva voglia ancora di mangiare, ed anche gli altri a questo punto incominciarono ad aiutarlo… morale a Roio il sacco arrivò vuoto.

La C’ rasc (il ciliegio) di Tarquinio

Per la via di Monteferrante Tarquinio aveva un ciliegio, i cui frutti da lontano sembravano cosi grandi ed invitanti da dover essere presi, venne organizzata quindi per la sera una mangiata. Erano presenti Amedeo, Tonino (Colafrisciut), Antonio di Clementina, Elvio Tubbiell e Amerigo. Amedeo in segreto disse a Tonino, mentre noi andiamo al ciliegio tu vai a casa mia e prendi un lenzuolo, tra dieci minuti vieni sotto il ciliegio e comincia a girarci intorno. Erano tutti sulla pianta a mangiar ciliegie quando Tonino arrivò e incominciò a girare intorno alla pianta. Gli altri che non sapevano niente presero un tale spavento da far tremare la pianta per la paura.

Zà Rosetta

Nei periodi estivi, si viveva in campagna, allogiavamo alla casetta di Midio di Agnone e, una volta al giorno Flaminio si occupava di portarci gli alimenti. Un giorno io e Pasqualino eravamo alla valmara a pascolare le pecore quando arrivò Flaminio, nella sua bisaccia aveva una pizza Ndrmapp, Flaminio vista la pizza che non gli piaceva ed era oltretutto dura disse che non l’avrebbe mangiata, noi provammo a mangiarne un pezzo ma Flaminio non ne volle sapere e decise così di riportarla indietro e la ripose in una delle due sacche della bisaccia. Il giorno dopo Zà Rosetta vista che una sacca della bisaccia era piena, riempi l’altra parte con un’altra pizza N’drmapp e la consegnò a Flaminio che ritornò alla Valmara senza accorgersi di nulla, quando vuotò però la bisaccia e si accorse del contenuto disse che lui non le avrebbe mai mangiate. Decise così di andare a rubare le patate a lu munticiell nei campi di quelli di Rosello, ma mentre tentava di rubare le patate, arrivò il proprietario e non riuscì quindi a prendere niente, a questo punto non avendo niente da mangiare si convinse a mangiare la pizza che venne però immersa prima nel latte. Il giorno dopo si era a mietere il grano, a mezzogiorno zà Rosetta arrivò con una spasa di pasta e ceci, eravamo io, Americo Flaminio e Pasqualino ci sedemmo per terra dove era stato steso lu musal con la pentola ed incominciammo a mangiare, un cucchiaio dietro l’altro senza neanche respirare, Pasqualino si girò per un’attimo a guardare il bosco e quando si rigirò per mangiare si accorse che la spasetta era vuota ed asclamò “ o p la madosch v’ lavet finit” e Flaminio di rimando “ Cumpà ma noi credevamo che non avessi più fame “ e così restò quasi a digiuno. Una sera dopo che le pecore erano state rimesse in un recinto, sotto Roio, alla plan d’ munn, costituito da una rete metallica, ritornai a Roio per mangiare, nel mentre i cani incominciarono ad abbaiare, ne dedussi che i lupi si fossero inseriti nel recinto, andai giù per vedere cosa fosse successo e vidi che il lupo era entrato nel recinto ed aveva ammazzato una pecora, a quel punto ritornato a casa presi il fucile ed attesi che il lupo si facesse ancora vivo, dopo un po’ infatti appari’ un’ombra, sparai senza sapere se e cosa avessi colpito, intorno infatti vi erano anche delle mule al pascolo. Il mattino successivo, ritornato a Roio, Pasqualino stava osservando la pancia della mula e diceva, “mannaggia a Cristoforo Colombo, cosa gli è successo a questa mula”, solo allora mi resi conto cosa avevo colpito durante la notte con la mia fucilata.

Il 17 gennaio, festa di S. Antonio, in paese si svolgeva la grande fiera in suo onore. Numerose bancarelle si snodavano lungo le stradine in discesa, proponendo utensili necessari ai lavori dei campi o per accudire alle bestie. Un venditore di lamette Gilette si aggirava tra la folla proponendo la sua mercanzia: matite emostatiche, piccoli saponi, forbicine, forcine per capelli, clips, bottoni, specchietti tondi, callifughi, pettinini e pettinesse d’osso (utilizzate queste ultime dalle nonne per catturare pidocchi e loro uova sulle teste di noi bambini); attirava l’attenzione con un pappagallo coloratissimo, appollaiato su un’asticella sovrastante una scatola contenente centinaia di foglietti impilati come buste di té: il volatile ne estraeva uno a caso, a pagamento e dietro ordine del padrone, su cui era scritta “la ventura”, una specie di oroscopo sempre benevole e speranzoso in un futuro migliore; tutti sapevano che non serviva a niente, ma aiutava... Non mancavano venditori di stoffe e abbigliamenti pesanti, scarpe con le “cindrelle” e “chiochie” (numero unico ed uguali fra loro, quindi niente destra e sinistra); la parte inferiore sagomata a forma di scarpa con pezzi di pneumatici residuati della guerra; lacci e stringhe le fermavano al cavallo dei piedi ed alle caviglie. Ciò che si acquistava lo si pagava non sempre con la moneta, mezzo semi sconosciuto ai più, ovvero in disuso per mancanza di frequentazione con essa; il baratto, antico e sempre utile mezzo di scambio, era il denominatore e riferimento finanziario del mercato, da tutti accettato, anzi gradito e mai obsoleto. Bottiglie di olio, vino, salsicce e salami, salmi di grano, di granoturco, uova, (oddio quante uova ho rubato a mia nonna per barattare due nazionali ed una esportazione!!!), calze e maglie di lana, lana cardata e lavata, piccoli animali da cortile, peperoni incertati o tritati, frutta e ortaggi sottaceto e quant’altro il buon Dio, nella sua immensa bontà, rendeva disponibile alle necessità primarie della povera gente. Sto raccontando di un tempo molto lontano, forse cinquant’anni fa o forse più; la miseria accompagnava le persone dalla nascita alla morte, come la pelle, come un fraterno ed indissolubile compagno del lungo o breve viaggio della vita. Nessuno si vergognava di essere povero o di iscriversi all’ECA (ente comunale assistenza) che distribuiva, vera Provvidenza, i misteriosi barattoli del piano Marshall: cioccolata, carne, formaggi, farina lattea, olio di semi, farina e tanto altro ben di Dio che la pietà umana d’oltreoceano trasformava in oggetti, alimenti, bevande; i nostri ex nemici, ora amici, ci avevano perdonato e ci aiutavano. Tutto veniva scambiato, barattato; tutto, ma proprio tutto, aveva una quotazione, un prezzo, un valore, anche oggetti di nessun valore: a qualcosa o a qualcuno servivano. Un anno mio padre, per arginare gli effetti deleteri e distruttivi, sui miei pantaloni, dei giochi violenti tra rovi, pietre, ferri arrugginiti e quant’altro creasse pericolo, in fiera comprò per me un pantalone di “pelle del diavolo”; stoffa misteriosa, esoterica, sconosciuta, che prometteva con il suo nome, perfetto ossimoro, miracoli per la resistenza agli strappi. Indossandoli provavo un senso di protezione; ovviamente inventai e frequentai giochi sempre più pericolosi, tanto avevo i pantaloni di “pelle del diavolo”. Un vecchio del vicinato, Zì Cusumille, mentre masticava tabacco, sputava un liquame nero e beveva il suo solito mezzo litro di vino cotto, commentò: sole quesse i mancava! Mo è pruprie diavule!!! Condivideva il cotto, i ceci “mbrenati” e le fave lesse nonché le riflessioni socio-enogastronomiche un altro vetusto, Zì Tummase, fumatore di sigarette fatte a mano e respirate tenendo il braciere dello spinello in bocca; chiuse definitivamente la già per loro lunga discussione con: < e quesse ‘n’è niente! Addà vidè appress!!! > E giù un altro bicchiere di scuro nettare. Salute! In un’altra zona, non molto distante, si svolgeva la fiera vera e propria; animali di tutte le taglie e razze, età e forza, venivano proposti alla vista ed all’esperto controllo dei potenziali acquirenti. Era tutto un mugghire, rovistare di lettiera, belare, starnazzare, ragliare, grugnire, scalpitare, scalciare, ruminare, calpestare e chi più ne ha più ne metta. Noi bambini ci accovacciavamo avanti al recinto dei tacchini, lanciando fischi secchi e rapidi fhiiii a cui, immancabilmente, loro rispondevano con isterici e monotoni glu glu glu glu; il loro padrone, dopo un pò, si scocciava e ci cacciava senza tanti riguardi. Un allevatore/venditore di tacchini, infilato a forza dentro un pantalone modello “ascellare”, grosso come un otre e con una cinta a “brache di mulo” che gli sosteneva da sotto l’immenso stomaco, era il nostro bersaglio preferito; godevamo a farlo innervosire tormentando le sue bestie in attesa della sua immancabile e tanto attesa maledizione, musica divina per le nostre orecchie: puzzata fa lu butt de lu sang!!! Testa e collo erano un tutt’uno: non riusciva a girare l’una senza coinvolgere totalmente l’altro. Paonazzo, iniziava ad avanzare sbuffando e barcollando verso di noi; era talmente grasso che camminava lateralmente, ruotando l’immenso bacino per dare una direzione al suo incedere mentre le braccette corte corte penzolavano ai lati del corpo; nonostante tutto riusciva a prendere per il collo un tacchino sempre a primo colpo, con una agilità incredibile: non sbagliava mai!!! Scappavamo non prima di aver lanciato l’ultimo fischio: fhiiii glu glu glu glu. Il comitato feste di S. Donato, con i miseri residui, ben rendicontati, delle feste patronali dell’anno precedente, procedeva all’acquisto di uno o due maialini (il numero dipendeva dai residui...). Il prete, il sindaco, il medico, il segretario comunale ed altri notabili del paese assistevano alla impegnativa transazione versando, all’occorrenza, qualche altro spicciolo, valutando e scegliendo, con serietà, coscienza e conoscenza l’eletto; si ipotizzava il peso massimo che questo o quello avrebbe raggiunto, il sapore delle sue carni, la quantità di grasso che avrebbe prodotto. Ad accordo concluso tra le parti acquirenti si trattava con il venditore. Questi frattanto si aggirava, apparentemente indifferente ai loro discorsi, pacioso e serafico, tra i suoi maialini come un seminatore sul suo campo, sicuro del raccolto, delle sue creature e della sua ricchezza. Attacchi, proposte, lusinghe, diffide e false rinunce caratterizzavano la lunga trattativa: metà degli acquirenti assolveva alle funzioni di frusta; l’altra metà addolciva la mediazione e pacificava: la carota. Il venditore partecipava sereno a questa recita con il ruolo di capo comico, ben sapendo che sua sarebbe stata l’ultima parola, l'ultima battuta, quella che strappa gli applausi e che chiude il sipario. Concluse le schermaglie tattiche e strategiche di alta economia-veterinaria tutti soddisfatti, dopo una stretta di mano che concludeva l’affare, si imponeva al maialino scelto, intorno al collo, una striscia di stoffa rossa (che il tuttofare del paese l’avrebbe sostituito all’occorenza) con appeso uno squillante ed elegante campanellino. Finalmente, dopo le necessarie giaculatorie del prete, l’animaletto veniva liberato dal recinto; immediatamente acquisiva tutti i diritti e privilegi del suo rango e nessun dovere verso chicchessia, era a tutti gli effetti: lu purcielle di santantonie. Il vizioso soppesava e valutava, nel giro di qualche giorno, il suo potere e la forza del suo protettore; godeva del titolo e ne approfittava spuderatamente. Lo scampanellio dietro l’uscio di casa ed il grugnire nervoso e incontinente erano i segnali inequivocabili che bisognava provvedere, immediatamente, a soddisfare il suo poderoso appetito, sempre più pressante con l’aumentare del suo peso: mangiare, mangiare, mangiare. Per quanto nelle case questo verbo si pronunciava sempre a bassa voce e con la contrizione di chi viene sopreso a bestemmiare in chiesa, si arrangiava comunque un pastone di granoturco, melucce e ghiande raccolte nei boschi, prontamente servito all’ingordo insaziabile. Appena finito il pasto, il bellimbusto, con il muso sporco capovolgeva nervosamente il “trocolo”; la famiglia considerava la sua presenza ed il gradimento del pasto, una benedizione ed una protezione. Si racconta ancora tra i contadini burloni che uno di questi maiali, grasso e pasciuto, si accaniva verbalmente contro un asino, ricordandogli le continue violenze del padrone, i carichi eccessivi, l’assenza di riposo, le bastonate del prossimo, lo scarso e scadente mangiare. La povera bestia da soma, rassegnata, accettava queste umiliazioni, desiderosa di mostrare umiltà e benevolenza verso un animale che lui disprezzava ma era misteriosamente rispettato dal suo padrone. Un giorno, non potendone più, gli disse: è vero, hai ragione; anno dopo anno devo subire tutte queste angherie. Però adesso che ti guardo bene, tu non sei il maiale dell’anno scorso... Lu purcielle di santantonio mangiava e dormiva dove voleva e nessuno poteva rimproverarlo, scacciarlo, toccarlo. Avete presente le mucche in India? Noi bambini davamo il tormento a qualsiasi essere vivente, animale o persona, nonché a cose: mucchi di sabbia dei muratori, sansa ed asini dei frantoi, granoturco ammonticchiato nelle aie in attesa di essere “spanocchiato”, farina nel mulino e quant’altro poteva attrarre la nostra barbara e distruttiva attenzione. Certo, con il lardoso ci si incontrava lungo i viottoli e le stradine del paese; apparentemente indifferenti ma guardinghi; lui grugniva assorto, con un lento borbottio, come se volesse ricordarci il suo rango ed il suo protettore; noi sentivamo il bastone di quest’ultimo sferzare sulle nostre teste a conferma della sua presenza: ce l’avrebbe fatta pagare cara se avessimo infastidito il divino che continuava le sue passeggiate filosofiche mangerecce con il codino a tirabaci; vezzoso, vizioso e nevrotico. Il porcello di sant’Antonio era un tabù, intoccabile, nemmeno con pietre, bastoni, ferri, rami; niente, non ci si doveva nemmeno provare. Dio che rabbia!!! Ipotizzavamo agguati, trappole, rincorse; niente, non potevamo fare niente, proprio noi che osavamo tutto! Attendevamo malignamente, per dare sollievo alle sofferte astinenze, seduti sulla “sponda del fiume”, ovvero il giorno seguente la luna piena di dicembre. Il porcellone, pesante e dondolante per il mangiare accumulato durante tutto l’anno (nessun animale o essere vivente avrebbe potuto ingurgitare tanto quanto lui) veniva finalmente catturato; inizialmente restava interdetto, non sapeva cosa fare: mah, mah, mah come si permettevano!!! A nulla servivano le sue urla, la sua vicinanza al santo e lo scampanellio con cui chiedeva rispetto, rispetto, rispetto...ed alimenti. Lo si stendeva, come ogni altro maiale e senza alcun riguardo al suo rango di prediletto, su una rastrelliera di legno, piedi ben legati e torciona di canne secche già accesa. Un esperto macellaio gli affondava il sottile e lungo stiletto nella gola, allla ricerca del cuore. Gli spasmi della morte e le urla cessavano non subito, mentre il sangue sgorgava dalla giugulare, caldo e fumoso a causa del freddo, dentro un “comodo” di rame capiente, pronto per essere lavorato in sanguinaccio e sanguitiello. Il primo, dopo la cottura, si faceva raffreddare e quindi solidificare in panetti. Quando serviva si abbrustoliva su piccoli treppiedi, tagliato a fette spalmate di olio e peperoncino piccante. Il sanguitiello veniva lavorato con cioccolato, pezzi di noci, mandorle e zucchero; conservato in barattoli come marmellata, andava a riempire, insieme a quella di uva, calcionetti, taralli ed altri succulenti dolci tradizionali. Ritorniamo al nostro nobile decaduto, anzi scannato. Appeso per le zampe posteriori, dopo aver versato l’ultima goccia di sangue, veniva issato in modo che la testa penzolasse a non più di trenta centimetri da terra. Con la torcia di canne qualcuno bruciava, ben bene, tutti i peli che ricoprivano il monarca portando alla luce una bella pelle rosea, promessa di futuri e succulenti bocconi: il re è nudo!!! L’esperto macellaio lo squartava dalla coda, arrogantemente ancora arricciata, alla gola: estraeva le viscere e le altre interiori; frattaglie tutte da utilizzare. Niente si buttava del maiale e de lu purcielle di santantonie; anche le ossa: con la soda caustica ed altri intrugli si produceva il poliedrico sapone di casa. Quell’ammasso di arroganza, ingordigia, carne, grasso, potere, viscere, sangue ed ossa veniva diligentemente sezionato in pezzi ben individuati e venduti all’asta che si svolgeva immediatamente, in presenza dei notabili, dei cittadini e campagnoli e, naturalmente, di noi bambini che avevamo scrutato gli occhi della povera bestia mentre le infilavano il coltello in gola. Spiavamo, stupiti, la vita che finiva; il dolore riflesso nei suoi occhi. Gli spasmi gli contraevano muscoli, carne, denti: la morte violenta è uno spettacolo immondo!!! Le urla ci penetravano come spilli roventi, fino all’anima; respiravamo la puzza delle interiori ed il tanfo dei peli bruciati; ne restavamo tramortiti, silenziati, intimoriti; pronti però ad assistere all’esecuzione del prossimo maiale. La testa era la parte più contesa e veniva proposta in ultimo; assegnata, finiva l'asta e la riunione paesana; si attendeva il prossimo San’Antonio. I proventi dell’asta venivano equamente distribuiti tra i poveri del paese; ad essa ogni persona sentiva il dovere di partecipare ed i pezzi acquistati valevano molto meno del prezzo pagato, ma non erano parti scelte di un maiale qualsiasi, erano de lu purcielle di santantonio.
07/09/2009

Mimmo Galluppi

(1950, ANNO PIU' ANNO MENO)!!!

Bei tempi del calcio...

Dedicato a tutti quelli che hanno vissuto il calcio vero....che oggi non c'è più!!!!
Noi che...finivamo in fretta i compiti per andare a giocare a pallone sotto casa;
noi che...costretti alla regola di "portieri volanti" o " chi si trova para",
noi che..."portieri volanti" e..."segnare da oltre centrocampo vale?" - Vale...vale tutto!
noi che...quando si facevano le squadre, se venivamo scelti per primi ci sentivamo davvero i più bravi, i più importanti;
noi che...l'ultimo che veniva scelto era sicuramente destinato ad andare in porta;
noi che...avevamo sempre un soprannome passibilmente infamante ma nessuno si offendeva;
noi che...chi arriva prima a dieci ha vinto;
noi che...mentre facevamo finta di non sentire il richiamo della mamma quando incombevano le tenebre,
c'era sempre qualcuno che diceva: "chi segna l'ultimo vince" incurante del punteggio che magari era in quel momento 32 a 1,
noi che...abbiamo vissuto con terrore l'epoca delle "Espadrillas" con le quali ai piedi non si poteva giocare a pallone;
noi che...se avevamo ai piedi le Adidas Tampico ci sentivamo piu' forti di Pelè;
noi che...invece avevamo ai piedi le Tepa Sport,
noi che...il pallone di cuoio sapevano come era fatto perché lo vedevamo in Tv esclusivamente ad esagoni bianchi e neri;
noi che...capivano il senso della seconda maglia quando in Tv bianco e nero mandavano le immagini del derby Milan-Inter
noi che...o il SUPER TELE (in mancanza d'altro) o l'ELITE (lo standard) o il TANGO DIRCEU se andava di lusso o nei giorni di festa
noi che... non potevamo sederci sul pallone altrimenti diventava ovale;
noi che...il proprietario del pallone giocava sempre anche se era una schiappa e non andava nemmeno in porta;
noi che...anche senza la traversa non avevamo bisogno della moviola per capire se era goal. "Goal o rigore" metteva sempre tutti d'accordo;
noi che...al terzo corner è rigore;
noi che..."rigore seguito da goal è goal" ;
noi che..."siete dispari posso giocare?" - "Eh non lo so, il pallone non è mio (nel caso in cui il pretendente fosse uno scarso)!";
noi che..."mi fate entrare?" - "Si basta che ne trovi un altro sennò siamo dispari";
noi che...riconoscevamo i calciatori anche se sulla maglietta non c'era scritto il nome;
noi che..."Una vita da mediano" (Oriali-Ligabue) era già una filosofia di vita;
noi che...il n° 1 era il portiere, il n°2 ed il n°3 i terzini destro e sinistro, il n° 4 il mediano di spinta, il n° 5 lo stopper, il n° 6 il libero,
il n° 7 l' ala destra, il n° 8 una mezzala , il n° 9 il centravanti, il n° 11 l'altra punta possibilmente mancina, il n° 10 la mezzala con la fascia di capitano perchè era inevitabilmente il piu' bravo;
noi che...perché un giocatore entrasse in nazionale doveva fare una trafila di 2/3 anni ad alto livello;
noi che...gli stranieri al massimo 2 per squadra e li conoscevamo tutti;
noi che...dormivamo con le figurine Panini sotto il cuscino ;
noi che...quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI ; il 2° mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF;
noi che...avevamo in simpatia Van de Korput per il nome e Bruscolotti perché sembrava più vecchio di nostro padre noi che...il calcio in Tv lo guardavamo solo la Domenica ed il Mercoledì;
noi che...il sabato mattina eravamo terribilmente stanchi perché la sera prima avevamo visto Cesare Cadeo dopo Premiatissima;
noi che...la Domenica alle 19,30 vedevamo un tempo di una partita di calcio;
noi che...vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna,Tonino Carino da Ascoli, Stroppa "riporto" da Bari o Lecce
noi che...la Stock di Trieste è lieta di presentarvi...papapà... papapà Ameri,scusa Ameri....clamoroso al Cibali" (che nella nostra fantasia era piu' famoso di Catania);
noi che..."tutta la squadra dell' Internazionale retrocede a protezione dei 16 m" (sempre Ciotti);
noi che...ci ricordiamo i festeggiamenti del n. 1.000 della Domenica Sportiva;
noi che...alla DS potevamo vedere i servizi della serie A, i goal della serie B, il Gran Premio, Tennis. Basket e la pallavolo senza doverci sorbire ore di chiacchiere per vedere 4 goal;
noi che...Galeazzi l'abbiamo visto magro;
noi che..."il piede proletario di Franco Baresi" (Beppe Viola);
noi che...andavamo all'amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo: "Dici a Maria se si vuole mettere con me?" Il giorno dopo tornava e la risposta era sempre la stessa: "Ha detto che ci deve pensare..."
noi che...Maria ancora ci stà pensando!
noi che...agli appuntamenti c'eravamo sempre tutti, anche senza telefonini;
noi che...oggi viviamo lontani, ma quando usciamo di casa e giriamo l'angolo speriamo sempre di incontrarci con il pallone in una busta di plastica.

Negli anni ottanta avevo in spalla l'inseparabile zaino Invicta, indossavo il Monclair e le Timberland e in TV guardavo "I ragazzi della terza C" e "McGyver". Né io né i miei coetanei, allora adolescenti, eravamo consapevoli di vivere l'ultima vera decade analogica, libera dall'inquinamento digitale che avrebbe rivoluzionato il "modo di crescere" dei ragazzi di oggi. Proprio come il protagonista di McGyver, Richard Dean Anderson, capace di costruire una bomba con pezzi di fortuna trovati in un ripostiglio, in quegli anni usavamo solamente mani e cervello.Si passavano le ore a costruire oggetti sempre nuovi con vecchi giochi come Lego e Meccano; si usava la fantasia con igiochi di ruolo alla Dungeon & Dragons; si scendeva in strada, sotto casa, alla ricerca di dribbling, tunnel e tiri al volo dopo aver visto in religioso silenzio l'ultimo episodio del cartone animato Holly e Benji, oppure dopo una partita infinita a Subbuteo. Di computer neanche l'ombra, o quasi. C'era il leggendario Commodore 64, è vero, ma era poco più di una sala giochi casalinga. E anche quì bisognava usare molta fantasia: videogames come Arkanoid o Space Invader sibasavano su una grafica rudimentale. Solo un grande sforzomentale permetteva di immaginarsi nello spazio, tra le stelle, a dare la caccia agli alieni. Oggi è tutto molto più comodo e scontato. Negli anni Ottanta sognavo di spostare gli oggetti con la mente come i Jedi di Star Wars, oggi basta un joystick per maneggiare la spada laser come Luke Skywalker. O per inseguire banditi e affrontare sparatorie in Miami Vice (videogame per Playstation portatile). Di "questi anni Ottanta", coma cantava Raf, resteranno insomma la magia del sogno e la forza dell'immaginazione. Io passavo le ore al telefono a gettoni vicino casa, fantasticando su cosa stesse facendo la ragazza all'altro capo del filo. Oggi basta un videofonino, oppure una webcam, e il mistero è subito svelato. Quando leggevo di un concerto straordinario tenuto dagli U2 chissà dove, in America, chiudevo gli occhi e "vedevo" Bono agitarsi sul palco. Quell'immagine autoprodotto restava lì, in un angolo della mia mente, fino a quando il gruppo non arrivava in Italia. Oggi i concerti finiscono su YouTube già il giorno dopo. I ragazzi conoscono le scalette, i bis, i colpi di scena degli show prima ancora di arrivare ai "cancelli". E le compilation su cassetta ve le ricordate? Con i titoli scritti a mano, le etichette la incollare, le dediche lasciate nella custodia, lo sguardo innammorato al momento della "consegna" ...Oggi il massimo del romanticismo (digitale) è: "Ti passo un Mp3 col Bluotooth", Cari ragazzi, cosa vi siete persi.

Fabio si e` recato in Cina in questi giorni di gennaio ed i Cinesi festeggiano il nuovo anno dedicato al maiale, essi ritengono che sara` un anno di prosperita`. Fabio mi ha raccontato per telefono i grandi festeggiamenti che si stanno svolgendo in Cina; io mi sono ricordato del piccolo festeggiamento che avveniva in ogni famiglia in cui si ammazzava il maiale a Villa Santa Maria. Quel giorno si celebrava con un pasto piu` ricco, nel quale, animelle di maiale, polmone e fegato, erani serviti in abbondanza, con l`aggiunta di patate e peperoni, il tutto cotto nel grande padellone, avvolto dalla fiamma viva sotto la cappa del camino. Sospendo per un momento i ricordi che questo animale ha lasciato impresso nella mia mente di fanciullo, per riprenderlo tra qualche rigo. Quando il sonno tarda ad arrivare, pensieri tristi cercano di prendere il possesso della mia mente e cavalcarla a tutto sprono, io, tento di liberarmene. Inserendo a forza, come in una strettoia in cui il corpo non riesce a passare , se non dopo svariate abrasoni sulla pelle, i ricordi della mia infanzia. Cosi`, ieri notte, dopo essermi liberato a fatica di quei pensieri molesti, nella mia mente e` subentrato il ricordo di una merenda che a volte mia madre preparava, merenda di rara squisitezza; una fetta di pane caldo tagliata da una pagnotta, e su di essa spalmata di ``sanguinacce``; questa vellutata e bruna delizia era impreziosita da qualche gariglio di noce che ne esaltava il sapore. Sangue di maiale, a questo ingrediente principale veniva aggiunto il ``Mostocotto`` ed una generosa spruzzata di ``Punch Jannamico``. Poi, a cottura lenta su fiamma viva, si continuava a mescolare, fino a che questo liquido prendeva spessore. Inoltre ``lu sanguinacce`` aveva la rara proprieta` di conservarsi a lungo, anche per mesi, senza additivi chimici. Qualche famiglia benestante, certamente non la mia, aggiungeva a ``lu sanguinacce`` pezzetti di cioccolata e frutta candita. Mia madre difendeva la sua ricetta, dicendo che l`altra era una solenne porcheria, ed aggiungeva; se io ho una cioccolata me la mangio e ne gusto il sapore, non la metto certamente nel `` sanguinacce``. Dalla carcassa del maiale non si buttava nulla, per fino le osse ben spolpate, le si faceva bollire insieme ai fagioli e questi prendevano l`ultimo sapore da quella bestia allevata amorevolmente per un anno. ``La zogna`` , quel grasso che copriva gli organi interni del maiale, veniva sciolto col calore del fuoco e versato nelle vescica dello stesso maiale; la vescica veniva gonfiata e assumeva la grandezza di un pallone, una volta essiccata era un ottimo contenitore. Le salsiccie di fegato, ben speziate e con giusta salatura, si distinguevano dalle altre per il colore scuro che assumevano; insieme ai prosciutti, al guanciale ed al lardo, arricchivano il soffitto delle vecchie cucine famose; una dispensa a vista, una goduria per chi guardava e le indispensabili proteine per tutta la famiglia; sale, pepe e peperoncino e con l`aggiunta di fumo che regurgitava dal camino, erano gli unici additivi per la conservazione di tutto quel ben di Dio; anche le setole di maiale, strappate dalla schiena, venivano usate per confezionare pannelli.
Adesso basta! L`ho presa alla larga per raccontare del mio paese e di un avvenimento frequente a Villa Santa Maria, il mese di gennaio di tanti anni fa

Dante Fantini

il 14/04/2007

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